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Marocco. Giorno 3 – Marrakech

Sono già le dieci e sto camminando per i souk i cerca di qualcosa da comprare tra spezie, olio di argan per le donne di casa e qualche incenso per me che ne vado matto. Tutte cose relativamente poco costose rispetto ai molti pezzi d’artigianato che si possono portare a casa tra tappeti, tavolini, abiti, scarpe e altri oggetti di pelle lavorati finemente. I colori e la vita che si respirano in questi vicoli ti fanno sentire al centro del mondo. Penso basti rimanere fermi dietro ad una vetrina di un negozio per un giorno, per veder passare davanti il mondo intero. Queste vie sono affollate di gente di ogni nazionalità, estrazione sociale e hanno visto passare nella storia chissà quante moltitudini di persone e cambiamenti. Mi fermo come al solito per una spremuta in centro alla piazza Jeema el Fna, ormai mio punto di riferimento per il cibo e il relax, potrei dire il mio salotto personale della città. Sono già riuscito a crearmi piccoli punti di riferimento così mi sento sempre più a mio agio. Saluto il venditore di datteri, il venditore di croccanti è quasi mio amico, quando mi vedono passare in molti sorridono e non insistono più nel vendermi cose – anche perché questa mattina Aziz mi ha spiegato le parole magiche “ Lah, koia. Chokran” , “No, amico. Grazie”. Il piano della giornata prevede la visita ai Jardin Majorelle, famosi per essere stati i giardini di Yves Saint Laurent, e capire come e dove prendere il biglietto per andare ad Essaouira domani. Mi viene un lampo di genio e decido di prendere un taxi, chiedere all’autista di portarmi a fare un giro della città, mentre gli chiederò per Il bus per Essaouira. Mi avvicino ad un ragazzo, il più giovane della fila, e gli propongo il mio piano del giro per la città, contrattiamo sul prezzo, tenete conto che si parla di un’oscillazione di massimo 5 euro. Alla fine per 10 euro pattuiamo giro per la città con sosta ai Jardin Majorelle. Mentre guida verso la Palmerie, la zona più a nord della città, gli faccio qualche domanda sul suo lavoro e sulla sua vita. Le sue risposte sono sincere come quelle del ragazzo a cena dell’altra sera. Lavora per mantenere la sua famiglia, i suoi due figli vanno a scuola e vorrebbe facessero una vita migliore della sua. Gli dico che vivere a Marrakech è bellissimo, lui si dovrebbe sentire orgoglioso già solo per questo motivo. Risponde che non è semplice, che i problemi da affrontare sono molti e non solo di tipo economico, avverte che è in atto un cambiamento culturale anche nei loro paesi, dove la tradizione è sempre stata forte e ha sempre vinto ogni forma di rinnovamento, ma che questa volta è differente. Durante il suo discorso fuori dal finestrino mi appare la stessa città che avevo visto sulla strada per andare alla Menara. Palazzi moderni  e negozi tipici delle città europee si alternano a edifici costruiti in architettura araba, Più usciamo dalla città, più le case si abbassano fino a quando arriviamo ai grossi complessi alberghieri di lusso. Campi da golf e resort cinque stelle la fanno da padrone in questa parte della città, prima della Palmeraie. 20160112_122712La strada che circonda questo ormai boschetto di palme è lunga 22km e in ogni spiazzo vengono offerte gite a cammello, sarebbe stato bello essere qui al tramonto, ma anche ora non è per nulla male, è il perfetto scenario cinematografico del deserto che ci hanno offerto. Finite la palme, riprende la città ed in poco si ritorna ad avere un orizzonte fatto di palazzi e centri commerciali. Finiamo la nostra corsa ai Jardin Majorelle, ma appena scendo dal taxi mi accorgo della massa spaventosa che affolla l’ingresso, immagino come sarà dentro. Desisto poco dopo, sarà per la prossima volta penso fra me e me. Durante il viaggio in taxi sono riuscito a sapere che il bus per Essaouira parte dalla stazione dei treni e sul posto posso acqui stare il biglietto. Mi incammino così per le vie trafficate e, se non fosse per certe decorazioni sui palazzi e le macchine vecchie e malandate, potrei dire di essere in una grossa città francese del sud. La stazione si erge in un piazzale moderno e caratteristico. Al suo interno però, un Mc Donald quasi vuoto e altri fast food occidentali incupiscono le stanze. 100 metri sul retro c’è lo spiazzo dei bus. Prendo un biglietto per 70 dirham da, domani mattina alle 06.00 il primo bus, poi uno ogni due ore. Compro due sigarette sfuse, visto che le ho finite e controllo la mappa. E’ possibile tornare a piedi verso la piazza, ma non sarà rapido. D’altronde però non mi va nemmeno di prendere un taxi. Venti minuti dopo che cammino trovo il mercato coperto e mi ci infilo diretto. Fiorai, macellerie, negozi di pentole, di scarpe e persino una rivendita di alcolici, ma soprattutto, sono l’unico straniero in tutto il mercato e la gente mi guarda incuriosita. Opto per prendere una bottiglia di vino, capiterà l’occasione buona di berla, magari ad Essaouira. La infilo nello zaino e mi rimetto in marcia. Un panino e un paio di spremute dopo arrivo in piazza. Avendo ancora tempo prima del calare del sole, ripercorro la strada verso Place des Ferblantiers e chiedo indicazioni per la kasbah e la mellah, il quartiere ebraico. Percorro le strade piene di negozi e artigiani, le persone mi guardano incuriosite, sarà la barba, saranno i capelli non so, ma ne sono quasi divertito. Attratto da canto della moschea della kasbah arrivo all’ingresso delle “tombeaux dees saadiens”. 20160111_152441Qui 112 tombe risalenti al 1590 e rinchiuse per quasi 400 anni si distribuiscono su un’area all’aperto in tre mausolei. Le pareti delle sale sono ronate da sure del Corano, ricchi mosaici e volute di stucco. Nei mausolei risiedono i quattro sultani della dinastia saadita e altri componenti della famiglia. La sala delle dodici colonne, molto famosa in tutto paese, mostra tutto lo splendore dello stile moresco soprattutto nel sarcofago in marmo del sultano Moulay Ahmed el Mansour. Un muratore sta sistemando alcuni mosaici, al che ammiro il suo lavoro e penso quanto possa essere comune in una società del genere, mentre da noi questi mestieri stanno scomparendo o diventando l’arte di pochi ristrutturatori. Scatto qualche foto e mi allontano. Anche qui regna una pace incredibile, nonostante dall’altra parte del muro ci sia la kasbah in continuo fermento. Torno al mio salotto, la terrazza del bar che dà su piazza Jeema el Fna, a scrivere di questi fantastici giorni e a cercare qualche informazione in più su Essaouira. 20160112_175222Per la cena prevedo già di seguire lo stesso rituale delle altre serate, mentre la piazza si anima di luci e colori. Sono stati tre giorni carichi, intensi, ma molto piacevoli. Marrakech, quando pronunci il nome della città senti già il profumo del cumino dei suoi tajine e l’odore del fumo delle bancarelle serali, senti il vociare di persone che ti travolgono nei souk, senti le vibrazioni dei tamburi e dei balli dei vari artisti, Marrakech e vedi l’ocra e il rosso delle facciate delle case della sua antica medina.

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Marocco. Giorno 2 – Marrakech

Mi sveglio di soprassalto alle 6.00. Il canto dell’imam è così forte dai megafoni che mi sento trasalire nel letto. Apro la finestra e realizzo. Mi butto addosso due vestiti e volo in terrazza, dove è ancora buio, ma la luce del sole inizia a fare capolino a est. Prendo una coperta e torno a sdraiarmi esattamente dove ero ieri sera. Il sole spunta nel giro di due ore dall’orizzonte e riscalda tutto, me compreso.  Scendo a fare a colazione, prima di prepararmi alla giornata in giro. Quando esco in strada, le viette del souk brulicano già di vita come un formicaio. Carri, carretti, asini, motorini, venditori ambulanti, mendicanti, turisti, viaggiatori, donne e bambini si mescolano in un fiume a più correnti che si districa per le piazzette e i vicoli della medina. Camminando verso la piazza si sentono già profumi di spezie e di pane. Nella grande distesa di cemento, acquisto una spremuta per 10 dirham e mi riguardo il programma di oggi che prevede la visita ai Jardin de la Menara, Palas el Badi, Palais de la Bahia tutto da farsi rigorosamente a piedi visto che è una bella giornata calda e i posti non sono troppo distanti. Dalla piazza raggiungo i giardini dietro la moschea della Koutoubia. Sulla destra prendo Avenue Bab Jedid Yussef e la seguo fino all’uscita dalle mura della medina. Attraverso la strada e mi si presenta una Marrakech totalmente nuova. Una strada immensa di almeno tre corsie per carreggiata divide in due il panorama: sulla destra palazzi moderni, hotel e casinò si ergono presuntuosi attorniati da palme altissime, sulla sinistra invece un parco recintato con ulivi non permette all’occhio di vedere oltre. Mi incammino sul marciapiede pulitissimo e in circa quaranta minuti sono ai Jardin de la Menara.

20160112_125821Questi giardini sono stati allestiti nel XII-XIII sec come giardino di palazzo, ma devono il suo aspetto moderno ad una ristrutturazione del XIX secolo. Occupano 90 ettari e vi crescono 8000 alberi tra ulivi e argan i cui frutti vengono spremuti dal frantoio industriale immediatamente confinante. Dalla terrazza del bacino idrico si possono vedere le montagne e dall’altre parte il minareto della Koutoubia. Passo più di un’ora a passeggiare per i giardini leggendo e rileggendo la storia dei palazzi che visiterò pomeriggio. Il caldo è impressionante, ci saranno quasi 30°c ed è gennaio. Si avvicinano due ragazzi, mi chiedono se voglio qualcosa da fumare. Ringrazio, ma no, non mi sembra il caso. Riprendo la strada verso la piazza. I motorini e bus sfrecciano accanto a me, mentre cammino comodo sul marciapiede. Rientro nella medina da porta Bab el-Jedid, taglio fuori la piazza, troppo casino a quest’ora, prendo a intuito una grossa via che mi porta fino a Place des Ferblantiers. Qui venditori ambulanti e taxi affollano il piazzale, prendo delle fragole e pezzo di croccante ai pistacchi e mi dirigo verso il Palais de la Bahia. L’ingresso costa 10 dirham e solo il giardino esterno con alberi di mandarini ed arance vale il biglietto. Costruito nel XIX sec. sotto il governo dei gran visir Si Moussa e Ba Ahmed, il palazzo si estende per 8 ettari abbondanti. Le stanze interne, decorate meravigliosamente con mosaici di maiolica, intagli, stucchi e affreschi, sono incastrate irregolarmente l’una nell’altra intorno a sfarzosi cortili a loro volta abbelliti con marmo, fontane e maioliche di ceramica. Rigiro per le stanze per circa un’ora o poco più ingurgitando ciò che avevo preso prima, fino a quando non vengo assalito di nuovo dalla fame. Mi lancio fuori e al primo baracchino mi prendo un panino con il pollo. Seduto su una panchina osservo le persone intorno a me, i taxisti indaffarati a sistemare la auto, i cocchieri che si riparano all’ombra, mentre i cavalli aspettano ordinatamente in file, madri che trascinano i bambini per un braccio, mentre nell’altra mano hanno grossi sacchetti, due poliziotti impassibili stazionano immobili di fronte ad una caserma, il tutto su questo sfondo ocra polveroso che da un’aria romantica e vitale. Fumo e controllo la strada sulla cartina, chiedo un paio di volte indicazioni e finalmente mi rimetto in marcia. Preferisco girare le città in questo modo, quando il tempo lo concede, perché mi permette di entrare più in contatto con le persone che incontro e visitare angoli nascosti che magari usando i mezzi pubblici o l’auto sarebbero impossibili da vedere, trovare quei negozi abituati a servire solo la gente del quartiere, negozianti con i quali è difficili comunicare per via delle differenze linguistiche, ma che, una volta rotto il ghiaccio, corrispondono una curiosità genuina che apre a nuove amicizie. Questo per me è viaggiare, aprirsi al nuovo e accrescere la mia cultura personale attraverso i diversi modi di vivere che osservo e con cui entro in contatto girovagando il mondo. Entro a Palais el Badhi che sono quasi le 15.00. Il clima è surreale. 20160110_164524In un giardino di quasi 20 ettari sono visibili i resti di quel che fu una meraviglia architettonica del mondo islamico, ancora incompiuta alla morte del suo committente, il sultano Ahmed el Mansour, dopo più di vent’anni dall’inizio della costruzione. Nonostante tutto le dimensioni del bacino idrico sito nel cortile e i resti del padiglione nord-occidentale (uno dei quattro previsti) fanno intuire quale faraonico complesso sarebbe dovuto risultare e perché viene chiamato “l’incomparabile”. All’interno il tempo sembra essersi fermato, il sole di oggi e i riflessi sul bacino interno mi lasciano senza parole. Quando esco decido di concedermi un the su una terrazza in uno dei caffè di piazza Jeema el Fna per riposarmi e leggere un po’. Si fa quasi l’ora di cena e sotto di me la piazza prende vita, si accendono le luci e l’oscurità riempie il cielo di stelle. I profumi delle braci e delle zuppe impregna l’aria, scendo per cena, tornando dalla bancarella di ieri sera, mi riconosce a mi accoglie con un grosso sorriso. Tajine anche stasera, solo di verdure però. Il ragazzo che mi serve, vedendomi solo, si siede con me e parliamo un po’ della città, del suo lavoro, anzi dei suoi lavori, perché ne ha due, la sua famiglia. 20160112_181022Speranze di serenità, buona volontà e affidamento alla propria fede sono i valori che accomunano le persone di tutto il mondo. Sembrano cose scontate, ma in una cultura che molti vedono così diversa dalla nostra, come quella islamica, alcuni vedono solo il male e ciò che li differenzia da noi. Invece a me piace andare a cercare i punti in comune, e da quelli arrivare poi a capire il perché delle differenze e quanto sono profonde. Metto piede in camera stanco ma soddisfatto di questa altra giornata. Sono già passate le 21.00 quindi niente canto stasera, solo un cielo stellato come non ne vedevo da tempo e ormai direi solito vento freddo a portarmi nel mondo dei sogni.

 

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Marocco. Giorno 1 – Marrakech

Ho pensato di fare una fuga di una settimana durante un mese inconsueto per i vacanzieri, gennaio. Volevo abbandonare i ritmi di lavoro ripresi da poco e mai assimilati veramente. Volevo sentirmi ancora in viaggio, come fossi lontano, ma senza impiegare troppo tempo in aerei, check in e trafile varie, visto il poco tempo a disposizione e così ho scelto Marrakech e il Marocco. Prendendo i voli per tempo non si spende nemmeno tanto e il viaggio non porta via nemmeno così tanto. Così in un freddo mattino di gennaio lascio Bergamo e i suoi 2°c e in tre ore sono a Marrakech. Poco prima dell’atterraggio il colpo d’occhio è splendido, come un’enorme barriera appare all’orizzonte la catena montuosa dell’Alto Atlante, settecento km di schermo climatico che separano longitudinalmente il paese da sud ovest a nord est. Appena innevata circonda la città e la difende dai venti aridi del deserto. Ecco che inizia a vedersi distintamente la terra sotto di noi, salutati dalle palme, si scorgono le prime case della città detta “la perla rossa”. Marrakech sorge sull’altipiano Haouz a 453 m e in principio si chiamava “Al Hamra”. E’ una città sultanale millenaria dal caratteristico colore rosso come le sue mura e le facciate delle sue case. Il primo impatto che ho appena atterro è caldo. La lunga fila all’immigrazione si sbroglia in fretta e in venti minuti sono già sul piazzale dell’aeroporto. Devo raggiungere il ryad che ho prenotato da casa e ci sono molte soluzioni il taxi, il bus oppure potrei anche provare a raggiungerlo a piedi. Incontro per caso un mio vecchio collega che rientra per far visita al padre e mi carica su di un taxi, offendendosi se non lo lascio pagare, siamo nel suo paese! Scendiamo a Piazza Jeema el Fna, cuore pulsante della medina. Questa piazza (come tutta la medina) è stata costruita nel XI sec dagli Almoravidi e rimaneggiata un secolo dopo dagli Almohadi, il suo nome significa “adunata dei morti” in quanto era usanza dei sultani mettervi in mostra le teste dei ribelli ed è forse una delle più belle del Marocco, sicuramente la più originale. Nel pomeriggio e alla sera si trasforma in un teatro a cielo aperto dove giocolieri, acrobati e musicisti si esibiscono per i passanti. la piazza nel riflesso della vetrina del caffèCi sediamo ad un caffè, prendiamo thè marocchino alla menta e ci gustiamo la città che si sveglia con i suoi mercanti che iniziano a montare le bancarelle e ad occupare i negozi che formano infiniti dedali di vie nei souk qui attorno. Mi chiede dove risiedo e se sono in grado di arrivarci da solo. Gli mostro il foglio con la prenotazione dicendogli che ovviamente no, non so arrivarci, ma che ci proverò uguale. Ho guardato la strada -bene o male- su google ieri sera e mi ricordo dove andare, poi al peggio chiederò. Ride, sembra divertito all’idea di vedermi perso con il mio zaino a girovagare senza meta tra i souk. Mi consiglia come prima cosa di fare un numero marocchino, così al massimo posso sempre chiamare. Quando ci separiamo seguo il suo consiglio e acquisto da uno dei ragazzi in giro per la piazza un sim per 60 dhiram (circa sei euro), e con altri 40 ho 1 giga di connessione a disposizione per la settimana. Mi incammino, c’è un’effettiva difficoltà ad orientarsi, anche perché ad un primo impatto le viette si assomigliano tutte, i muri ricoperti di ogni tipo di oggetto in vendita non danno punti di orientamento riconoscibili. Ma in mezz’ora arrivo comunque al Ryad. I Padroni sono francesi, ma tutti i dipendenti di servizio sono locali. Sulla terrazza nel pomeriggio conosco Aziz. Gentile e simpatico è un ragazzo di circa 35 anni, parla quattro lingue e si districa in più discussioni contemporaneamente. Nel ryad è una specie di tuttofare. Mi da alcuni consigli di cosa posso visitare nel pomeriggio senza andare troppo lontano e di quali strade prendere all’interno del souk per girarlo comodamente. Mi segno tutto sul mio taccuino ed evidenzio le 4 o 5 vie che mi ha detto sulla cartina, in effetti pensandoci avrei anche l’aiuto di google, ma c’è più gusto così. Il clima del ryad è magnifico, rilassante. Sembra incredibile che in mezzo ad una medina caotica e piena di vita, quattro mura riescano a garantire un silenzio che viene rotto solo dal richiamo alla preghiera della moschea. Lascio la mia camera così come me l’hanno consegnata. Mi butto in strada, cartina alla mano. Appena butto uno sguardo su una bancarella vengo fermato dal negoziante che immediatamente riconosce che sono italiano, così sfodera le sue frasi migliori e poi cerca di vendermi qualsiasi cosa veda. Ma tengo duro e rifiuto. Questa è una scena che oggi si ripeterà all’infinito. Devo ricordarmi di chiedere ad Aziz come dire “no grazie” nella loro lingua, così sicuramente avrà più effetto e non insisteranno più tanto. Finalmente riesco ad arrivare nella zona dei conciatori e dei tintori delle pelli, un ragazzo mi si avvicina e con fare deciso mi fa intendere che per visitare un cortile nel quale si lavora devo pagare. Accordo con lui il prezzo è riesco a cavarmela con 80 dirham. Entro e mi prende in consegna un altro ragazzo molto più sorridente e molto più gentile, mi regala della menta mentre spiega il oro lavoro e mi mostra da una terrazza tutta la zona. Piccole vasche piene di pelli occupano tutte le corti vicine, alcune piene di colore, alcune di calce, altre ancora vuote, mentre l’odore degli escrementi dei piccioni infesta l’aria. 20160109_154344Qui lavorano le pelli di capra, di vacca e di cammello con metodi che hanno dell’arcaico, ma si ottengono risultati pregiati che continuano a garantire profitto a chi ci lavora. Al momento di uscire chiedono altri soldi, ma rispondo di averli già dati al suo amico e vado via. Torno alla piazza Jeema el Fna dove mi siedo a mangiare un kebab mentre iniziano i preparativi per allestire quelli che tra breve diventeranno veri e propri ristoranti tipici dove si può gustare pesce alla griglia, tajine di ogni tipo, cous cous, zuppe di lumache e dolci al miele. Mi incammino verso la Koutoubia seguendo il suo minareto che domina tutta la piazza. Giro intorno alla moschea, in quanto ai non musulmani non è permesso entrare. L’edificio imponente è il più sacro di tutta la dinastia almohade e fu iniziato nel 1158, presenta i resti di diversi colonne al suo esterno che in passato furono un cortile o dei portici. All’esterno non presenta particolari decorazioni e mantiene uno stile romanico asciutto e severo. All’interno invece le guide parlano di splendenti mosaici, soprattutto nel mihrab (nicchia di preghiera) che risale al 1137. Il minareto, con una cupola alta 77m, domina tutta la medina e ha ispirato la Giralda di Siviglia e Tour Hassan di Rabat. 20160109_143610Mi fermo un po’ nei giardini sul retro a godermi l’ultimo sole della giornata prima di tornare in piazza. Decido di rimanere ad aspettare il tramonto per scattare qualche foto e mi accomodo in uno dei caffè con terrazza ordinando un gazzosa. Con il passare del tempo i turisti aumentano a vista d’occhio, mi sa che non sono stato l’unico ad avere quest’idea! Scatto qualche foto e mi precipito nuovamente in piazza. Giro tra le bancarelle e i profumi di pietanze buonissime. Ad ogni mio sguardo corrisponde un “amico, vieni, mangia”, se fosse per loro dovrei mangiare in ogni posto. Mi lascio convincere e mi siedo finalmente, ordino un tajine di carne e verdure. 20160111_183702In dieci minuti mi arriva questa pentola conica della grandezza di un piatto. La apro e il ben di dio è servito. Dopo cena, pago, ringrazio calorosamente i cuochi per le prelibatezze e torno verso il ryad. Alcuni negozi nelle viette sono già chiusi, mentre in altre piazze vicino a quella principale ancora c’è vita. Acquisto dei datteri giganti e della frutta secca per pochi dirham prima di rientrare e mi sistemo sulla terrazza a leggere e a godermi l’atmosfera. Sono stanco, come dopo ogni primo giorno, ma la città ha un fascino e un odore particolare, che sa di vita. Merda di animali, misto a cibo buono e spezie pregiate. Mica profuma tutta quanta la vita! Sono le 21.00 inizia l’ultimo canto giornaliero della moschea, mentre leggo un cielo stellato mi fa da soffitto e un vento freddo mi sposta le pagine, bella Marrakech.

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