Archivi categoria: Henro No Michi – cammino degli 88 templi

Il viaggio a piedi in Giappone per eccellenza, 1200 km immersi nelle risaie e sulle strade che costeggiano l’oceano seguendo le orme di un monaco buddhista. Un viaggio che ha inizio 1200 anni fa e non avrà mai fine. Il cammino degli 88 templi sull’isola di Shikoku, il pellegrinaggio nel sol levante.

Shikoku, informazioni per partire.

In queste pagina ho raccolto le informazioni pratiche per affrontare il cammino in Giappone, i posti dove dormire, come sbrigarsi la faccenda del mangiare, per lavarsi e per lavare gli indumenti. Tutto condensato in un solo articolo, con l’aggiunta di un link molto utile con le accoglienze gratis o molto economiche. Continua la lettura di Shikoku, informazioni per partire.

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20 MARZO 2015 – Secondo Giorno di Cammino

Questa mattina ci siamo svegliati piuttosto tardi, ma asciutti, riposati e contenti. Mentre Paolo scalda dell’acqua per il the, io e Michael diamo un’occhiata alla mappa per capire che giornata ci aspetta. La mappa conferma ciò la nostra bibbia privata dice. Poco prima del tempio undici, non troppo fuori dal percorso ci sono delle onsen (terme) che ospitano gli henro e fanno loro un prezzo particolare per entrare ai bagni. Favoloso. Splende anche il sole, cosa si può chiedere di più. Ci incamminiamo e arriviamo al tempio numero sette in pochissimo. Saliamo le scale per entrare e ci separiamo. Nel giardino si trovano molte statue di Jizo – Bosatsu, così penso sia un tempio votato ai bambini e alla madri e in effetti la guida conferma che le statue sono settanta e che sono dedicate ai bambini, però a quelli abortiti. Altra particolarità, una di queste statue posta vicino al tempio principale si di ce abbia il potere di curare gli occhi. Recitiamo il sutra, sotto voce, ognuno cerca di adeguarsi alla musicalità che ha sentito dagli altri henro nei giorni precedenti. Non abbiamo ancora trovato nessuno che ci abbia insegnato almeno la pronuncia. Sulla guida c’è il testo in Giapponese con sopra scritta la pronuncia in inglese, ma avere qualcuno accanto che lo ripete con te e ti permette di sentire i suoni e non solo di immaginarli nella tua testa, ti aiuta a memorizzarlo più facilmente e quindi, a leggerlo poi direttamente da te. Fatti i timbri ci rimettiamo in cammino. Lo zaino mi pesa, a dire la verità non è stato così facile prepararlo dovendo prevedere anche i venti giorni in Nepal prima del rientro a casa. Solitamente non mi metto nello zaino una giacca tecnica antivento e antipioggia e molte altre cose pesanti perché prediligo camminare nella stagione calda, ma dovendo tener conto che a giugno in Nepal è periodo di monsoni, ci siamo trovati costretti a prenotare i voli da metà marzo a metà maggio qui, poi Katmandu fino agli inizi di giugno e rientro in Italia. Adesso qui è come se fosse marzo in Italia, la giacca ancora va indossata al mattino presto ed era impossibile non portarla. Se non ne potessi più, deciderò in qualche modo di abbandonare ciò che per ora non mi è servito. E se ne dovessi necessitare dopo…in qualche modo mi arriverà ciò che necessito. Come penso sia stato per la tenda alla guest house vicino al tempio 1. Optimized-IMG_0153Quando arriviamo al tempio 8 il Kumadaniji, lascio lo zaino nel parcheggio e mi dirigo verso una specie di laghetto con al centro un piccolo tempietto con la statua del Buddah. Nessun rumore di auto o di traffico moderno, si sente solo il suono degli uccellini cantare fra i rami, gli alberi di fiori di ciliegio circondano il lago, rimango in contemplazione per un po’, fino a quando non arrivano sia Paolino che Michael, l’atmosfera è di quelle da film. Anche loro abbandonano gli zaini, mi sa che non sono il solo a sentirne il peso oggi. All’ingresso del tempio troviamo un piccolo obelisco (sarà alto non più di due metri) che riporta la scritta “possa la pace regnare sulla terra” in quattro diverse lingue, una per lato. Mani giunte davanti al cuore, inchino ed entriamo. Il silenzio è rotto dal canto di un monaco che esce da un altoparlante nascosto fra gli alberi. Saliamo le scale che portano al tempio principale e ci separiamo come al solito. Non me la sento di pronunciare sutra o altri rituali. Resto seduto su una panchina a guardarmi intorno. Qui è tutto curato nei minimi dettagli, anche se sembra di essere all’interno di un bosco. Persino il muschio sui rami degli alberi ha una forma definita e brilla di un colore bellissimo al sole. Come è possibile che ci accaniamo così tanto contro la natura invece che assecondarla e favorirne la crescita. Paolino mi tocca dentro e mi chiama verso l’uscita. Lo seguo. Ci inchiniamo, usciamo e andiamo a fare il timbro. Gli dico che ho bisogno di mangiare qualcosa di caldo, che sto risentendo solo ora del cambiamento di fuso, di tempo, di paese e di spazio. Non lo so. Mi sento debole. Mi sento spaesato.  Mi dice di stare tranquillo che adesso troveremo qualcosa, ma è ancora presto. Fatti i timbri ci mettiamo in marcia per il tempio 9. Camminiamo tra campi coltivati. Non è riso, ma è piacevole. Il sole è ancora alle nostre spalle, significa che non sono nemmeno le 12.00, le ombre lunghe e distese dritto avanti a noi. Quando siamo arriviamo al tempio Horinji abbiamo il nostro primo incontro i bus henro. Generalmente sono persone anziane che pagano fior di quattrini dei tour operator che organizzano il pellegrinaggio in pullman. Sono accompagnati da una guida spirituale che li guida durante i sutra, mentre un addetto va all’ufficio timbri a far timbrare i Nokio cho di tutti. Voi direte che non è sportivo, non è camminare, non è da pellegrino. Potrei dirvi che anche io la penso come voi. Ma in Giappone le regole sono diverse che sugli altri posti. Il pellegrinaggio si piò fare con qualsiasi mezzo vogliate, auto, treno, bus, moto, bici o a piedi. Non ci sono restrizioni o impedimenti fisici. Ho visto persone molto anziane, che non avrebbero mai potuto camminare, presentarsi al tempio per pregare. La cosa che mi lascia un po’ smarrito che anche qui c’è dietro un bel giro di soldi e che fin ora le strutture per i pellegrini a piedi scarseggiano un po’. E’ ovvio che un pellegrino che arriva in bus è visto anche come portatore sano di denaro nelle casse dei templi e nelle tasche di tutte le agenzie di viaggio, delle guide turistiche e di quelle spirituali. L’ Henro che cammina a ben poco da spendere, il suo viaggio durerà per almeno 40/45 giorni per completare il 1200 km del percorso, per cui dove può risparmiare, lo fa. Non vuole spendere 4000 Yen ogni sera per dormire. Certo ogni tanto ce lo si può concedere, ma non è la norma. L’Henro che cammina vede violate la sua voglia di pace e di tranquillità ogni volta che a un tempio trova queste masse, arrivate con i bus, che pregano tutte insieme ad un volume impressionante, ma non ci si deve far fuorviare, si deve mantenere la concentrazione e trovare il lato solenne di ciò che si sta facendo anche quando viene coperto dal lato materiale del denaro. Seguiamo insieme il rituale, non ci distanziamo nemmeno di molto ed insieme usciamo da dove siamo entrati, ci voltiamo, inchino e poi riprendiamo gli zaini e ci incamminiamo verso Kirihataji. La leggenda vuole che questo tempio sorga dove una giovane donna regalò a Kukai, monaco mendicante, un kimono nuovo dicendo lui che avrebbe voluto diventare una santa e salvare le persone. Fu così che lui esaudì il suo desiderio, infatti la giovane lasciò la casa dove viveva e si trasformò in un Senju Kannon. Una creatura illuminata dalla mille braccia, con un occhio per ogni palmo di mano, che salva gli esseri umani e aiuta a realizzare desideri. Quando arriviamo, il tempio non è così pieno come lo era il precedente e mi viene da tirare un sospiro di sollievo. Inchino, giù lo zaino, Laviamo l emani e la bocca, incensi, sutra, timbri. Inizia a diventare schematico, non devo più pensare alla sequenza delle cose che devo fare. Mi vengono naturali. In breve siamo di nuovo in cammino, vediamo per la prima volta altri pellegrini a piedi nella nostra stessa direzione, non siamo soli! Raggiungiamo una strada principale, ad un semaforo vediamo poco distante un ristorante. E senza pensarci due volte ci infiliamo dentro. I posti sono distribuiti tra tavoli tradizionali e tatami rialzati con i tavolini bassi, dove ci si siede inginocchiati. Prendiamo posto dopo un po’ di attesa e ordiniamo tre diversi menu con riso, carne e verdure stufate. Il prezzo è più che accettabile, spendiamo qualcosa come 800 yen a testa e usciamo contenti e sazi. Prima di uscire il cuoco ha voluto uscire a conoscerci, un americano e due italiani, quando ti ricapita un trio così da barzelletta. Siamo sula strada per il tempio 11, ma oggi non ci arriveremo, dobbiamo preoccuparci di trovare un posto per dormire questa sera. Iniziamo a valutare qualche alternativa nel caso il posto vicino alle Kamonoyu non ci sia, ma per ora siamo ancora troppo vicini al fiume per trovare qualcosa che possa andare bene, qui ci sarebbe il rischio di morire divorati dagli insetti. Superiamo il fiume Yoshino-gawa e lasciamo Awa City per entrare a Yoshinogawa City. Immagino che la città prenda il nome dal fiume. Quando incrociamo la statale la imbocchiamo anche se la mappa non dice di seguirla, ma abbiamo bisogno di comprare cibo e qualcosa da bere per stasera e domani mattina. Ci fermiamo in diversi posti e recuperiamo frutta, noodles disidratati e qualche scatoletta di un non definito tipo di pesce. Arriviamo alle Kamonoyu Onsen, chiediamo se davvero esiste il posto per dormire e ci dicono di sì. Optimized-IMG_0198La felicità si dipinge sui nostri volti a forma di sorriso quando ci dicono che c’è anche a lavatrice e l’asciugatrice. Chiediamo quanto dobbiamo pagare e ci dicono che è tutto gratis. Rimaniamo increduli di come possa essere tutto ciò gratis. Ci portano sul retro, in un parcheggio di ghiaia. Attaccata ad un lato della struttura principale c’è una piccola casetta con due stanzette con i tatami, una a destra e una a sinistra. Dentro le pareti sono ricoperte di Osamefuda di persone che sono passate da qui. Pochissimi stranieri. Tutti giapponesi. Nel centro, all’aperto coperte solo da una tettoia, vi sono il lavandino con uno specchio, una piccola lavatrice con sopra una vecchia asciugatrice e un bollitore che tiene l’acqua 90°C perenne. Laviamo tutti gli indumenti che indossiamo, asciughiamo, poi lasciamo tutto nelle due stanzette e andiamo alle Onsen (terme). Qui è molto comune andarci e non sono assolutamente come in Italia. Si è divisi tra maschi e femmine. Si entra nudi, con l’asciugamano e delle ceste che si trovano negli spogliatoi nelle quali si può portare dentro l’occorrente per fare la doccia. C’è una zona con le docce seduti su degli sgabelli bassissimi, tipicamente giapponesi, prima di accedere alle vasche. Si possono anche comprare dei piccoli asciugamani bianchi utili da mettersi in testa bagnati di acqua fredda mentre ci si rilassa nell’acqua bollente, all’aperto. C’è la sauna e spesso le vasche sono composte da pietre che favoriscono la seduta sotto piccole cascate artificiali. Su alcuni siti dicevano che i tatuaggi non sono graditi in questi posti, perché sono ricollegati alla famosa Yakuza, la mafia giapponese. Non mi hanno fatto nessun tipo di problema, anzi alcuni incuriositi mi hanno chiesto, oltre alla provenienza, anche cosa significassero i tatuaggi che porto dipinti sul corpo, senza alcun tipo di pregiudizio. Mi sono trovato benissimo e ho avuto modo di rilassarmi, dopo un’ora in questi posti si esce davvero rigenerati! Torniamo alla casetta e vediamo che ci sono altri due pellegrini giapponesi. Ci sorridiamo, inchini. Non parlano un h di inglese e allora con la nostra abilità gestuale, ci presentiamo. Ci scambiamo qualche biscotto e della frutta, mentre accendiamo le lampade frontali per avere un po’ di luce. Consumiamo la cena senza dover scaldare acqua, stasera ci va proprio di lusso. Ritiro la mia roba stesa prima di ritirami a scrivere nel sacco. Oggi è stata una giornata incredibile penso fra me e me. Come siano possibile così tanti contrasti non me ne riesco ancora a capacitare. La solennità dei templi e il loro lato materiale, i negozi di souvenir, i tour operator che organizzano i pellegrinaggi. Come può una fede diventare un businnes? Beh di certo non colpevolizzo loro quando in posti come Medjugorie e Fatima è successo anche di peggio. Adesso non crediate che io sia un credente accanito. Diciamo che vorrei vederci chiaro. No, non voglio spiegare le religioni. Non ne sarei in grado come prima cosa e non mi sentirei nemmeno di poter esprimere giudizi in merito. Ciò che vorrei capire è il perché l’uomo, l’essere umano, ha da sempre avuto bisogno di dare una spiegazione a quella forza superiore che avverte intorno e dentro di se. Per questo sono nate le prime religioni. All’inizio si pregava il sole e altre divinità pagane. In seguito sono queste state personificate e sono diventate degli dei. Poi Sono nate le grandi religioni. C’è chi crede in unico grande dio e nei profeti che egli mandò o manderà per salvare questo mondo. C’è chi crede ancora in molteplici divinità dalle differenti funzioni e dai diversi poteri. C’è chi crede che un primo essere tra tutti, raggiunta l’illuminazione, sia uscito dal ciclo delle reincarnazioni per sempre. C’è chi crede nel paradiso e nell’inferno. Chi crede che mangiare carne di maiale sia peccato. Chi crede che lo sia mangiare quella di mucca. C’è chi porta lo shador, chi la tikka e chi la kippa. Chi fa il segno della croce. Chi prega inginocchiato verso la città santa. Chi cammina intorno ad uno stupa. Ci sono le chiese, le moschee, i templi e ci sono gli altari. Ognuno ha scelto la propria strada. Ma in cuor mio credo che quella forza a cui ci si rivolge durante la preghiera, sia la stessa per tutti. Infine credo che tutte le guerre che i media continuano a dipingere come guerre di religione, siano in realtà operazioni mosse da interessi ben diversi. Politici, economici, non lo so. Ma non c’è religione al mondo che predichi la morte, di questo ne sono certo.

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18 MARZO 2015 – Il cammino degli 88 templi, la partenza

In piedi nello stesso posto dove stavo fumando ieri sera, ascolto i suoni del mattino, un passerotto canta, delle minuscole api ronzano intorno ad un alveare grosso come mezzo limone attaccato alla staccionata del giardino e il sole ancora deve spuntare fuori completamente all’orizzonte. Paolo caccia fuori la testa dalla portafinestra “mattiniero, eh?” “No, non proprio” rispondo. Più che altro nella mia testa questa mattina ci sono pensieri che speravo di aver dimenticato a casa, ero certo di non averli messi nello zaino, eppure me li ritrovo qui, tra il caffè e lo spazzolino, prima di iniziare la mia giornata. Ogni tanto capita che vogliamo toglierci qualcuno dalla mente e dal cuore, ma è proprio in quei momenti che il pensiero di quel qualcuno rientra dalla serratura ed è inutile combatterci, spesso bisogna solo lasciare che scorra in noi e se ne andrà come è venuto. So che può sembrare assurdo, ma se ci si focalizza sul non pensare una cosa, inevitabilmente la si sta già pensando. La mia semplice soluzione è di camminarci su un po’. Dopotutto sono qui anche per questo in fondo, dopo tutto dieci anni con una persona non li dimentichi tanto facilmente. “Arrivo subito” scorcio. Entrando mi siedo a far colazione, intanto controlliamo tutte le carte che ci siamo stampati, tre fogli di carta ciascuno ci sembrano una sicurezza, una garanzia per trovare un posto da dormire. Peccato che nessuno li sappia leggere tranne noi e che la nostra pronuncia in giapponese è così pessima che nessuno ci capisce. Finita la colazione carichiamo la macchina di Makoto con i nostri zaini e ci avviamo verso il centro del piccolo paese, al primo tempio. Mentre guida Makoto ci spiega che in passato nella zona erano detenuti dei soldati tedeschi, nei dintorni del tempio si possono trovare il campo di prigionia (ancora ben conservato) e una villa, con annessa chiesetta che sembrano essere state estirpate in Europa e trapiantate qui in Giappone. Una volta giunti al tempio, Makoto ci porta allo shrine (tempio shinto) posto in cima ad una salita, proprio dietro alla struttura principale e ci spiega il rito della purificazione e della presentazione al tempio. Ogni volta che si entra in un tempio Buddhista, qui in Giappone, c’è un rituale da eseguire passo per passo. Come prima cosa ci si inchina all’ingresso del complesso, poi ci si avvicina ad una fontana e con dei piccoli mestoli di bamboo si procede con la purificazione, poi si suona l’enorme campana posta solitamente sopra la porta dell’ingresso. Raccogliendo poca acqua con il mestolo, prima ci si lava la mano sinistra, poi la destra e infine la bocca, lasciando cadere l’acqua rimanente in una vasca posta sotto la fontana. Tutto questo serve a pulire le mani dai gesti e la bocca dalle parole. Dopodiché ci si avvicina alle scale del tempio principale, si accede un bastoncino di incenso e si pronuncia il sutra a bassa voce. Fatto questo si compila un foglietto con nome, provenienza e intenzioni, si lascia una piccola offerta e ci si dirige verso l’uscita. Ci si volta verso il tempio, si fa un inchino e si esce. Questo rituale viene ripetuto in ogni tempio, indipendentemente dall’importanza. Esatto perché il tempio in cui ci ha appena portato Makoto non fa parte degli 88 templi famosi che compongono il pellegrinaggio, intorno a questi 88 templi ci sono innumerevoli shrine, dedicati alle più disparate funzioni. Quello che stavamo visitando ora ad esempio è legato alla natura, vi si celebrano delle funzioni propiziatorie per quanto riguarda le semine e per ringraziare dopo i raccolti.  Scendiamo al tempio nr 1, chiamato Ryozenji e scattiamo una foto tutti e tre insieme davanti alla porta. Tra saluti calorosi in italiano, in inglese e in giapponese Makoto riparte e noi entriamo. Ci avviciniamo al negozio all’interno del tempio per prendere tutto ciò che esteriormente, ci caratterizzerà come henro-san (pellegrini) su questo cammino. Infatti la tradizione vuole che i pellegrini qui indossino vesti particolari, ancora simili a quelle che si indossavano in passato. La prima cosa che mi metto sotto braccio è la tipica veste bianca (hakui con le maniche, Oizuru senza) con chiusura a kimono che sulla schiena riporta il carattere sanscrito Yu, che sta per Kukai o Miroku Bosatsu e sotto la scritta “Kukai cammina con me” che sta a simbolizzare la purezza dello spirito con la quale ci si mette in cammino, seguendo le orme del monaco. In passato veniva usata anche come sudario in caso di morte del pellegrino e, oggi come allora, rappresenta l’essere preparati a morire in ogni momento. Paolino, che invece si era procurato una splendida camicia di lino di un bianco candido naturale in Cambogia, si rigirava tra le mani il tipico cappello di paglia dalla classica forma conica sul quale vi è sempre riportato il simbolo di Kukai e 4 frasi dell’illuminazione che Kukai stesso predicava “L’essere è perso a causa dei tre larghi mondi del desiderio; Con l’illuminazione diecimila cieli appariranno; Originariamente non esistevano est e ovest; Perché c’è un nord e sud?”. Uno diventa anche mio, ovviamente. Rinforzato e con una specie di cuffia che lo ricopre e lo rende splendidamente impermeabile e utile anche sotto la pioggia. Stiamo per andare a pagare quando mi viene in mente la credenziale, sapete quella specie di taccuino che sui pellegrinaggi cristiani viene riempito di timbri in ogni posto dove si dorme? Ecco qui è un libretto con le pagine che si aprono a fisarmonica, rigorosamente letto da destra verso sinistra, chiamato nokyo-cho sul quale ad ogni tempio si fanno apporre due timbri e una scritta fatta a mano da un monaco dal costo di 300 Yen (sì avete capito bene 300 Yen ogni tempio, ma è una cosa meravigliosa e va fatta). Decidiamo insieme di comprare anche una guida in inglese, piccola tascabile, con le mappe e strapiena di informazioni. Finalmente alla cassa, il conto non è certamente economico, si aggira sui 5000 Yen (poco più 45 €), ma pensate che ci sarebbe ancora da prendere un bastone (kongozue), sul quale vi è riportato l’ “ Hannya Shin-Gyo” l’hearth sutra, ben più di una volta sul cammino è anche stato utilizzato come prima pietra tombale; una campanella (jirei) da portarsi dietro legata e da suonare ogni volta che si pronuncia un sutra in un tempio; una borsetta bianca (zudabukuro) nel quale mettere incensi, Osamefuda, piccoli foglietti sul quale scrivere il proprio nome e il proprio motivo di preghiera e tutte le altre cose di utilizzo comune del pellegrino. Non è una questione economica, ma non me la sentivo di prendere cose del quale ancora non comprendo l’utilizzo, nel senso, ho con me i miei bastoni da trekking e credo possano bastare e non mi piace l’idea di andare in giro con un campanello attaccato che suona ad ogni mio passo. Anche Paolino ha fatto i suoi acquisti, sta guardando fiero la sua bella borsetta con le cose e mi porge una stola come regalo per iniziare il viaggio. Sorrido, conosco il prezzo e mi sembra una cosa esagerata. Sono in imbarazzo, dopo tutto non siamo amici così stretti e non voglio che lui spenda soldi per me, ma d’altra parte non posso nemmeno rinunciare, così la metto in tasca e lo ringrazio con un abbraccio. Usciamo dal negozio e ci aggiriamo nella sala principale del tempio dove delle panche sono disposte ordinatamente di fronte alla statua di un Buddha dorato.

Optimized-IMG_0087 (1) Dal soffitto penzolano piccole lanterne di forma esagonale, sulle pareti dipinti raffiguranti monaci e panorami persi nella memoria. Ci sediamo, un’anziana monaca sta guidando un gruppo di persone in un sutra collettivo. Ascoltiamo con attenzione la preghiera, la cantilena solenne e profonda ruba la nostra attenzione, le campane tibetane le danno energia e ritmo. Restiamo seduti in silenzio anche dopo la cerimonia. Quegli attimi sembrano durare tantissimo, respiro profondamente, voglio scaricare tutta la tensione accumulata in viaggio. Quando riapro gli occhi l’anziana monaca sta facendo cenno a me e Paolino di andare verso il negozio. Ci guardiamo un po’ perplessi, ma infine ci avviciniamo. Con un grosso sorriso lei ci dice “Italy, Makoto” evidentemente qualcuno gli aveva parlato di noi, ci prende un braccio per uno e ci infila due rosari da polso fatti di semi di non so quale pianta, poi senza darci tempo di fiatare ci consegna una borsa bianca ciascuno e due bastoni. Esterrefatti noi ci guardiamo, mentre lei sparisce dietro una parte di carta, richiudendola dietro di se. Aspettiamo qualche minuto, ma, non vedendola tornare, proviamo a chiedere di lei. Quando esce abbozziamo un inchino e un “arigato” pronunciato malissimo, lei allarga il sorriso fino a quasi mostrare tutti i denti e a chiudere quegli occhi già sottili, chissà quanti ne ha visti di henro incapaci come lo siamo noi. Lasciamo il tempio e decidiamo di trovarci qualcosa da mangiare visto che è quasi mezzogiorno. Entriamo in un “udon self service” e con pochi euro ci mangiamo un’enorme scodella di udòn in brodo con tempura di gamberi. Ah il cibo Giapponese, che delicatezza e che semplicità. Mentre pranziamo decidiamo che per oggi non cammineremo, o almeno non partiremo ufficialmente oggi a camminare, nel pomeriggio vogliamo visitare i templi numero 2 numero 3 che sono qui nei dintorni, ma per dormire vogliamo tornare qui al primo, in quanto ci sono molte più guest house e posti per dormire a buon prezzo. Al primo tempio abbiamo recuperato un foglio e delle indicazioni di come arrivare ad alcune di loro, ci sentiamo tranquilli. Dopo un’oretta ci aggiriamo nelle vie di fronte al Ryozenji per capire se è possibile lasciare lo zaino prima di andare agli altri templi, ma tutte le guest house sembrano essere chiuse, solo in una, un signore, che sembrava appena sveglio, ci ha detto “four, four”. Noi abbiamo capito che aprisse per le 16.00. Così in tranquillità, abbiamo lasciato gli zaini nel giardino di questa guest house, riparati dalla vista e dalla pioggia e ci siamo incamminati per i tempio nr 2 della lista il Gokurakuji. Al nostro arrivo ci comportiamo esattamente come Makoto ci ha insegnato, l’inchino, la purificazione, l’inchino di fronte al tempio principale e poi al tempio dedicato a Kukai, proviamo addirittura a pronunciare il sutra come è scritto sulla guida, ma non c’è nessuno e quindi non riuscendo a sentirlo, arrabattiamo qualcosa di veramente cacofonico.  Ci avviciniamo all’uscita, inchino e poi primo timbro. Anche qui una monaca con destrezza dipinge degli ideogrammi in verticale e poi ci mette tre timbri. Tre? Mi guardo intorno e capisco, quest’anno, il 2015, è l’anno in cui cade la ricorrenza dai 1200 anni dalla morte di Kukai, controllo sulla guida 835, no, non è così. Guardo la monaca, mi fa cenno a dei volantini su una specie di davanzale, ne prendo uno e mi dice “Koya-san”. Dove avevo già sentito quel nome. San significa montagna. Ecco, il monte Koya, il posto dove è seppellito Kukai. Però purtroppo non ho capito nulla di più, c’è una ricorrenza e centra il monte Koya (da ora per comodità diventerà Koya San). Dico tutto a Paolino, che era rimasto fuori e chiedo lui “non fai i timbri?” “Costano troppo tutti e 88 e non me la sento” mi risponde col suo accento veneto. In effetti 300 Yen sono poco più di 2 euro moltiplicati per 88 posti…eh viene una bella cifra. “Però sono il ricordo migliore che ti potrai portare a casa” controbatto. Appena inizia la risposta mi volto senza ascoltare ed entro al negozio del tempio, afferro un libro come il mio e lo pago. Quando Paolino finisce di parlare, esco e si trova in mano il libro timbrato. “Ma perché?” incalza, “non ti preoccupare” gli dico mentre ci avviamo verso il tempio numero 3 “siamo a posto così”. Camminiamo per mezz’ora su strade di paese, fino adesso nessun sentiero. Il paese che attraversiamo e fatto di case piccole e strade relativamente strette, soprattutto per lo standard europeo, solo una strada, che da noi potremmo considerare una provinciale, si sente non troppo lontana oltre le case, dalla mappa vediamo che tocca un lato del paese ma non lo attraversa. Stranamente non ci sono negozi di nessun tipo. In lontananza vediamo un pellegrino che cammina verso di noi, lo aspettiamo impazienti di parlare con lui. Quando si avvicina, ci saluta e si presenta “Piacere Michele”. Con grossa sorpresa viene dall’Italia e dal veneto pure lui! C’è uno scambio di battute in dialetto tra Lui e Paolino. Sta finendo il cammino, lo ha completato al contrario, dice che porta più fortuna. Grosse risate, nessun pellegrino incontrato fino a qui, il primo che troviamo è italiano. Lasciamo Michele ed entriamo al tempio Konsenji. Svolgiamo il tipico rituale e noto che c’è un silenzio incredibile, statue di diverso tipo riempiono il giardino del tempio, alcune di loro alte 20/30 cm sono coperte da un bavaglino rosso e da un cappellino di lana sempre rosso e formano lunghe e alte schiere ordinate vicino ad una grossa statua di un uomo slanciato, senza capelli, con la tikka sulla fronte, una tunica lunga che lo ricopre per metà e un bastone in una mano che poi sulla guida scopro essere Jizo Bosatsu. E’ un essere illuminato che proteggeva tutte le persone prima della nascita di Miroko Bosatsu, ora si crede che sia protettore dei bambini, delle donne incinta e dei viaggiatori. Spesso appare nelle leggende del passato come diversi esseri, donando fortuna alle persone oneste e gentili. Senza sapere ancora chi fosse o cosa significasse ho lasciato ai piedi di quella statua una monetina da 1 Yen come fanno tutti qui per simboleggiare un’offerta materiale. Ora che lo so, credo che lascerò spesso una monetina ai piedi di questo protettore dei viaggiatori. Facciamo una piccola spesa per mangiare stasera sulla strada del ritorno, senza doverci preoccupare così di cercare ristoranti o cose del genere e puntando già al risparmio. Siamo quasi alla guest house e inizia a piovere, meno male che gli zaini sono al sicuro. Entriamo nel giardino e recuperiamo gli zaini, ma notiamo che è tutto ancora chiuso. Non sappiamo cosa fare. “C’è una tenda là dove abbiamo abbandonato gli zaini” dico a Paolo, mi guarda “la prendiamo?”. “Non saprei, e se è di qualcuno?” chiedo un po’ sconfitto. Ci fissiamo per un minuto, non ci conosciamo su questi aspetti, io la prenderei, mi sembra abbandonata lì come dire se qualcuno ne ha necessità, prendetela e noi, ora come ora, ne abbiamo necessità almeno per questa notte, ma non so se lui farebbe lo stesso. La lasciamo lì e forse poi ce ne pentiremo. Ma adesso che si fa? Torniamo verso il tempio nr 1. Ci sistemiamo sotto al portico perché la pioggia si fa sempre più insistente e incontriamo Michael, un ragazzo americano di 21 anni. Anche lui al “primo giorno”, anche lui appena arrivato, anche lui in cerca di una sistemazione. Gli spieghiamo la situazione delle guest house e rimane un po’ perplesso. Prova ad entrare a chiedere al negozio del tempio e riceve le nostre stesse identiche indicazioni. Siamo sconfortati tutti e tre, io più per la pioggia che per la sistemazione per la notte. Nel frattempo spulciamo la guida nella speranza di captare qualche informazione che magari ci è sfuggita durante il pomeriggio e vediamo segnata sulla mappa una casetta in rosso, in quello che sembra un parco pubblico non troppo distante dal tempio. Decidiamo di andarci tutti e tre e di lasciare qui gli zaini, almeno sono all’asciutto. Risaliamo la strada che porta dietro al tempio, poi a sinistra in una via chiusa tra le case, subito dopo un ponte della ferrovia troviamo questo piccolo parchetto con una casetta di legno con un tavolo e delle panche fisse. Non è chiusa ai lati, ma per la notte potrebbe andare. Facciamo un rapido conto dei materiali che abbiamo a disposizione in tre mentre torniamo verso gli zaini, Michael dice di avere un’amaca da appendere e un fornello, io e Paolino ci divideremo le panche e se piove posizioneremo le mantelle con delle corde che ho nello zaino. Il piano sembra funzionare nelle nostre teste. Recuperiamo gli zaini e mentre torniamo alla casetta quasi smette di piovere. Mi sento felice, mentre scrivo abbiamo preparato un cena dignitosa con i noodles liofilizzati con l’acqua scaldata con il fornello di Micheal, qualche noccioline e del cioccolato che mi ero portato da casa. Sento un lieve vento che soffia, guardo lontano all’orizzonte, il sole sta calando sulla destra e disegna geometrie insensate riflettendo la propria luce sulle nuvole e penso all’avventura che ci aspetta, guardo Paolino impegnato con il fornello e penso che mi sono scelto un gran compagno di viaggio, anche lui pronto a qualsiasi evenienza, che si adatta a tutto senza mai criticare per forza, guardo Michael e penso che alla sua età era tanto se andavo ad un rave in centro Italia. Lui ha una mente così aperta che è venuto qui con l’intenzione di fare questo cammino poi andare in Thailandia a lavorare e infine tornare in Giappone ad insegnare inglese per un anno almeno.

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15 MARZO 2015 – Il cammino degli 88 templi – Henro No Michi

Di colpo apro gli occhi. Non riconosco subito la stanza. “Dove sono?” mi chiedo. Mi rigiro confuso, non riconosco nemmeno le coperte. Intravedo il mio zaino, in un angolo, nella penombra grazie a un filo di luce che penetra dalla tapparella, già riempito per metà, adesivi sul muro accanto al letto mi riportano alla realtà “sono a casa dei mei genitori!” esclamo nella mia mente. Mi alzo e nel buio della stanza sento i rintocchi delle campane “uno, due, tre, quattro…sono già le quattro?”. Cerco di arrivare alla finestra per alzare la tapparella, ma sento la testa girare e in bocca ho un sapore amaro. Ieri sera non avrei mai dovuto dire sì a chi mi ha proposto di andare al Leoncavallo per sentire DJ Aphrodite, sapevo che sarebbe finita così, ma dopotutto non vedevo i miei amici da quattro mesi, mi sono voluto concedere una serata con loro dopo tanto. Da quando sono rientrato in Italia però, non mi sono ancora abituato alle cose che mi hanno sempre circondato, sono come “nuovo” a molti aspetti che prima mi appartenevano. Solo guidare, dopo quasi 5 mesi senza aver mai utilizzato un’automobile, mi sembra una cosa del tutto strana. Finalmente luce! Appena apro la porta della camera sento già la voce di mia madre che mi ricorda l’ora e che mi porge un caffè “Sono le quattro passate, eccoti uno dei tuoi ultimi caffè”. Ultimi caffè? Ci rifletto su un po’ e la cosa non mi dispiace affatto. Domani mattina si parte per l’ennesimo cammino, ma questa volta è diverso dagli altri, il paese, la lingua, il cibo, insomma tutto sarà completamente diverso da ciò che fino ad ora ho potuto sperimentare. Domani si parte il per il Giappone, più precisamente volo per Osaka, per raggiungere poi Naruto, dove incontrerò Paolino e, dopo una notte, partiremo per questo Cammino detto degli 88 templi. Sfoglio le carte che mi sono stampato da internet nelle scorse settimane, i possibili alloggi gratuiti, le alternative meno ortodosse, i consigli per la prima notte a Naruto, poi mi soffermo a rileggere un po’ la storia di questo pellegrinaggio e del suo fondatore, Kobo Daishi, figura nevralgica del Buddhismo Shingon. Kobo DaishiNasceva in una ricca famiglia in decadimento nel 774 nella prefettura di Kagawa, dove ora sorge il tempio Zentsuji (nr 75), in un Giappone sotto il dominio del Clan dei Fujiwara, uno dei periodi in cui la nazione nipponica aveva raggiunto il massimo sviluppo dell’amministrazione di stampo cinese. Il nome che gli diedero il genitori fu Saeki no Mao (Mao della famiglia Saeki). Negli anni in cui la capitale venne spostata da Nara a Nagaoka e poi a Kyoto, studiò Cinese classico e il confucianesimo. Si iscrisse all’Università di Nara per cercare di diventare un burocrate, risollevando così le sorti della sua famiglia. Ma conobbe un monaco che lo iniziò alla pratica esoterica del Mantra di Kokūzō (Akashagarbha) e del Gumonji Hō, una pratica meditativa della stella del mattino incentrata sul mantra al bodhisattva Kokūzō. Così iniziò a interessarsi di letteratura Buddhista Mahayana, accanto agli studi normali, ma ciò che lo interessava di più non erano le letture, quanto l’esperienza profonda della meditazione. Si ritirò sull’isola per completare la pratica del Gumonji Ho che prevede 10.000 recitazioni del mantra al giorno, per 100 giorni e al suo rientro alla vita normale, contro l’opinione della famiglia, lasciò gli studi e divenne un monaco itinerante, devoto alla pratica ascetica della meditazione. Nel 797 si espresse sulla superiorità del Buddhismo nei confronti del Taoismo e del Confucianesimo. Visitò forse per la prima volta il monte Koya, si allenò nella meditazione al tempio al monte Tairyuji (il numero 21) e nella grotta a Capo Muroto, dove raggiunse l’illuminazione. Dopo questa esperienza si dice abbia preso il nome Kukay (Ku: cielo, Kai: oceano), perché durante la meditazione si crede abbia raggiunto il punto deve cielo e oceano si incontrano, e che abbia deciso di donare la sua intera esistenza a tutto il genere umano. Nell’ anno 804, riconosciuto dall’imperatore Kammu come persona di valore morale e spirituale, partì insieme ad una spedizione per la Cina con la promessa di rimanerci venti anni per studiare il Buddhismo. Imparò il sanscrito e diventò studente del maestro e patriarca della setta Shingon Keika (Hui-Kuo). Passato un anno, quando Keika fu in punto di morte, Kukai fu riconosciuto il prescelto per indossare la massima carica con la promessa di predicare questa religione ai giapponesi. Cosicché dopo soli due anni rientrò in Giappone nei panni dell’8° Patriarca del Buddhismo Shingon. L’imperatore non fu affatto felice di vederlo. Credendo che Kukai avesse rotto la promessa lo confinò a Dazaifu a Kyushu e un anno più tardi a Makino’o-sanji sul monte Makino’o dove il monaco iniziò i suoi insegnamenti. Nel 809 con l’appoggio dell’imperatore Saga, Kukai si stabilì al tempio Takaosanji (poi conosciuto come Jingoji), a Kyoto. Dopo le iniziali difficoltà, nel 812, riprese a divulgare questa nuova religione e introdusse scuole di calligrafia e i sillabari kana (con i quali ancora si parla in Giappone). Diventò il capo amministrativo di Todaiji nel distretto di Nara per tre anni e, dopo aver ottenuto dall’imperatore il permesso di utilizzare il monte Koya, lo rese sacro con la consacrazione formale nell’anno 815. Da questi anni in poi fece ristrutturare molti templi ed erigerne altri, sempre in posizione ritirata, immersi nella natura, dove un monaco può avere la tranquillità e la pace per ritirarsi in meditazione. Scrisse diversi testi per spiegare gli insegnamenti e fece sì che venissero tramandati nei tempi. Divenne capo della ricostruzione del tempio Toji a Kyoto, dove poi si stabilì. L’ultimo sforzo di questo uomo (828 d.c.) capace di cambiare per sempre un paese fu quello aprire una scuola di Arti e Scienze a Kyoto (Shugei shuchi-in) aperta a tutti, senza distinzione di classe sociale o condizione economica. Nel 835 si ritirò al monte Koya in meditazione eterna e dopo aver predetto la data della sua morte, il 23 aprile, morì. Il suo mausoleo è posto dietro al tempio principale al monte Koya. Nel 921 l’imperatore Daigo gli assegna il nome onorario di Solenne Kobo Daishi. Il gran Maestro (Daishi) del Vasto Dharma (Kobo). Certo che andare incontro ad una storia così mi mette un po’ di soggezione, ma devo prenderla come uno spunto per cercare di capire a pieno le realtà che mi si presenteranno sulla strada. Mi avrebbe fatto certamente sapere qualcosa di più sul Giappone dell’epoca, per coglierne i cambiamenti e cosa invece è rimasto intatto fino ai nostri giorni. Metto tutto nella sacca superiore dello zaino insieme all’ e-reader, sono sicuro che domani sull’aereo mi faranno un gran comodo per passare il tempo. Trangugio il caffè che nel frattempo mia madre aveva appoggiato sulla scrivania, accanto al passaporto; mi vesto e mentre fumo una sigaretta controllo che tutte le scartoffie burocratiche siano ok, la mail con la prenotazione del volo di andata, il finto nome dell’hotel dove non ho una prenotazione, già avete capito bene, dove NON HO una prenotazione. Tutto questo perché in Giappone un europeo può avere il visto on arrival/all’arrivo della durata di tre mesi, ma sul foglietto che consegnano sull’aereo prima di atterrare deve indicare un indirizzo dove alloggerà, quindi non è previsto che si possa cercare un posto solo una volta dopo atterrati, almeno secondo loro. E’ sufficiente segnarsi il nome e l’indirizzo di un hotel nella città di arrivo, preferibilmente di uno economico, nel caso dovessero scoprire che la prenotazione è inesistente.  Infine mi sono stampato per sicurezza anche la mail con le prenotazioni per il due voli che mi condurranno a casa, con una sosta di una ventina di giorni a Kathmandu, in Nepal. Chiudo lo Zaino. Non ci penso più. Quello che dovevo fare lo ho fatto. A breve passerà di qui un mio amico a recuperami per un aperitivo insieme e che io sia pronto o no, domani c’è il volo e non ci sono altre cose a cui pensare, se non alla libertà che da domani sconvolgerà la mia vita quotidiana, sarò con Paolino, vagabondo in un paese straniero. La cosa mi fa andare davvero su di giri, una lingua diversa, una cucina diversa, chissà come prenderanno la nostra presenza sulle loro strade. DRIIIINNN DRRIIIIIIIIIINNN. “ Davide c’è Claudio!!” “Arrivo, scendo subito”. Chiudo la zip della tasca superiore, sul serio ora, si esce.

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