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Marocco. Giorno 5 – Essaouira

Quando apro gli occhi sono già passate le 10 da un pezzo, si sente già vita nell’ostello, passi di persone avanti e indietro dal bagno, qualcuno ridacchia in cucina, c’è un buon odore di caffè. Ieri sera è stata una serata strana, dopo il pomeriggio a dormire in spiaggia e una bella cena a base di kebab in giro per la città vecchia, mi sono ritrovato sulla terrazza dell’ostello a bere birre e thè con dei ragazzi molto silenziosi. Anche io ero molto stanco e devo ammettere che non ero gran che di compagnia; non mi ricordo nemmeno da dove venissero o i loro nomi, ricordo però che c’era un cielo magnifico, di quelli impossibili da vedere in città in Italia. Indossati un paio di calzoni corti, mi sono precipitato giù in cucina, dove la ragazza che mi ha accolto ieri in ostello mi ha offerto un caffè. Chiedo qualche informazione a lei, su cosa ci faccia qui. Le mi dice che sta viaggiando per il mondo, ma avendo pochi soldi a disposizione, quando può lavora negli ostelli, risparmiando così denaro e riuscendo comunque a girare. Ammiro molto le persone come lei. Non si fanno progetti con scadenze lunghissime e si accontentano di crescere mettendosi ogni giorno in gioco, confrontandosi con situazioni sempre nuove e sempre diverse. Pur quanto sia un paese molto aperto, musulmano certo, ma molto moderato, a mio parere rimane un posto abbastanza difficile da girare per una ragazza da sola, per questo motivo apprezzo ancor di più ciò che sta facendo lei.20160114_143527 Finito il caffè mi ruba la tazza di mano e scappa a lavarla insieme alla sua. Ringrazio e mi preparo per un’altra giornata in giro per la città. Appena uscito dal vicolo dell’ostello, sulla via principale della medina, vengo investito letteralmente dalla vita che già riempie ogni angolo, bancarelle di frutta coloratissima, carretti con dolci, carretti con croccanti, carretti con pane. Dalle botteghe arrivano musiche tipiche e reggae. Se uno resta fermo in disparte a guardare, sembrano tutti impegnati in una strana danza, sincronizzati nei movimenti, un caos organizzato che riesce a sbalordirmi ogni giorno un pochino di più. Compro del pane e della frutta per pochi dirham e mi incammino verso il porto, una lunga fila di persone mi precede, come in una processione. Anziane signore con il velo vanno con le borse vuote, per tornare con il pesce giornaliero per la famiglia. Qui il pesce fa parte della dieta giornaliera. Freschissimo, a prezzi più che abbordabili, ci credo che lo sia. Ci preparano persino il cous cous, infatti stasera non me lo farò di certo mancare. Il porto mi regala le stesse sensazioni di ieri, regna una gran confusione, ma anche qui c’è un ordine tutto particolare e legato al luogo. I pescatori si muovono con una certa indifferenza, forse data dall’abitudine. Hanno con il porto la stessa confidenza che ognuno di noi ha a casa propria. Mangiano, si lavano, qualche volta forse ci dormono pure, al rientro dopo una battuta di pesca. Lo riconosci chi lavora per mare, perché, oltre ad avere la carnagione più scura per il sole, porta sul naso e sulle labbra i tagli del vento e del sale che ogni notte gli seccano il viso. Sono persone oneste, dallo sguardo profondo, furbi, ma mai scorretti. Solo dal loro sguardo, potrei inventare milioni di storie differenti, di pesche miracolose o di viaggi e città di altri continenti di chi ha scelto la vita di mare, senza scegliere però una città di preciso. Il mare oggi è più tranquillo id ieri, ciò nonostante le barche ormeggiate all’interno del porto non si danno pace e continuano imperterrite su e giù, dando ancor più movimento alla scena. Come se l’andi-rivieni delle donne non ne crei già abbastanza. Mentre ritorno verso la città, mi fermo di nuovo a pranzare dal mio amico conosciuto ieri. Ancora pesce, ancora birra. Oggi però pranzo da solo, in quanto lui è impegnato  a cercare di recuperare qualche cliente, senza grandi risultati purtroppo. 20160114_123237Peccato perché mi sarebbe piaciuto fargli ancora qualche domanda. Chissà se ha riflettuto su ciò che ci siamo detti ieri? Chissà che abbia visto la tv in maniera differente? Dannatissima tv. Ci facciamo ingannare da delle idiozie che ci propinano. E le menti più deboli si fanno ingannare e basano i loro sogni su cose materiali che le pubblicità o qualche idolo di cartone suggeriscono. Infine calcoliamo il nostro benessere personale su quante di quelle cose siamo riusciti a collezionare nel corso del tempo e a quelle leghiamo le nostre sicurezze. Non c’è nulla di più sbagliato. Ogni anno nuovo, ogni nuova stagione, ci sarà sempre qualcosa di nuovo da inseguire, in questa logica del desiderio che ormai ci hanno inculcato fin da giovani. E tutto questo non avrà mai fine, rendendoci schiavi del desiderio. Come si esce da tutto ciò? Come si può interrompere questa catena del materialismo infinito? Accontentandoci. Chi si accontenta, vive in maniera serena la vita e non ha bisogno di inseguire false sicurezze per sentirsi bene. Terzani diceva “L’economia attuale è fatta per costringere una massa di persone a lavorare uno sproposito di ore, a ritmi spaventosi, per produrre cose per lo più inutili, e altri a lavorare a ritmi spaventosi, per poterle comprare.” L’economia dovrebbe essere basata sulle reali necessità dell’uomo, non sul profitto delle grandi multinazionali. Lascio il chiosco e mi dirigo verso il centro. Un musicista occidentale suona con la sua chitarra amplificata intrattiene un gruppo di turisti seduti ai tavolini del bar della piazza, l’atmosfera è veramente dolce, di quelle dalle quali non vorresti mai uscire. Ad un tratto vedo un uomo che mi fa cenno di avvicinarmi e di seguirlo. Mi volto per capire se stia parlando con me o con qualcuno che sta alle mie spalle. Non vedo nessuno, che ce l’abbia con me? Vado verso di lui, ma la musica mi impedisce di sentire cosa mi chiede. Giriamo l’angolo, entriamo in una piccola corte.20160114_143909 Finalmente si presenta. Si chiama Mustaphà, avrà sui 45 anni. Pochi capelli fanno da contorno ad una generosa pelata. Mi offre una tazza di thè intanto mi chiede se so scrivere in inglese. “Certo”, gli rispondo, ma lui mi sta parlando in Inglese, “perché tu no?” “No amico mio, lo ho imparato per strada dai turisti e dagli amici come te”. Arriviamo al suo negozio, sorride mentre mi mostra una cartolina di alcuni ragazzi belgi gli hanno spedito una volta tornati in patria. Mi ripete ciò che gli hanno scritto due o tre volte, penso lo abbia imparato a memoria, perché non sa leggere per nulla i caratteri latini. Mi consegna un pezzo di carta e una penna, chiedendomi di scrivere in maniera chiara ciò che lui mi dirà di modo che poi lo ricopierà lui stesso sulla cartolina che poi invierà per risposta. Mi sembra una richiesta assurda, ma proprio per questo decido di rimanere e vedere fino a dove si spinge tutta la storia. Mentre mi parla, Mustaphà mi chiede se voglio qualcosa dal suo negozio. Spezie, olio di Argan, diversi tipi di thè, mi offre qualsiasi cosa per sdebitarsi, anche in maniera insistente, ma riesco a rifiutare spiegandogli che non mi deve nulla e lo faccio con piacere. scriviamo il messaggio che lui poi ripiega e si infila fieramente in tasca. Arriva anche il cugino che mi passa una canna. Mustaphà mi chiede se fumo, “non abitualmente” gli rispondo. Lui fa cenno con la mano che questo hascisc che sto fumando è uno dei migliori e dei più pesanti. Dopo qualche tiro la passo a lui. Mi sento leggero e fresco allo stesso tempo. Comodo su questa panchetta di legno, sorseggio il mio thè e scambio risate con il cugino di Mustaphà. Chiedo loro se è possibile avere un contatto per affittare case o stanze per un mese, ecco che Mustaphà sfodera di nuovo carta e penna e mi lascia il suo contatto dicendomi che di qualsiasi cosa io abbia bisogno, lui sarà lieto di aiutarmi. Fumiamo altre due canne e beviamo altrettante tazze di thè, intanto che li riempio di domande su ogni cosa. Mi dicono che vivere ad Essaouira è magnifico. A loro non piace Marrakech. Troppo traffico, troppa gente, troppo casino. Loro amano la pace che regna ad Essaouira. Chiedo anche a loro se hanno mai pensato di muoversi, Mustaphà mi dice di avere due figli in età da scuola e che non ci ha pensato nemmeno quando era giovane, il cugino mi dice che non gli serve andarsene perché “il mondo passa tutto per di qui, ad Essaouira”. Mi invitano a cena da loro per la sera, ma purtroppo devo rifiutare anche in questo caso, domani mattina ho il bus molto presto per il rientro a Marrakech e quindi l’aereo verso Milano. Foto di rito prima di salutarci con un abbraccio fraterno, Salam Aleikum amico mio! Appena uscito dalla porta, Mustaphà mi prende un braccio e mi schiaccia in mano dell’hascisc e mi dice: “A questo non puoi dire di no!” Lo accetto, ringrazio di nuovo e mi incammino verso l’ostello. La strada del ritorno mi sembra più lunga oppure l’ho sbagliata in pieno. Mi ritrovo per vicoli strettissimi, con le pareti delle case tinte di blu, con il sole che fa capolino sui tetti, ma fino a giù qui non arriva. Disorientato da quanto fumato con Mustaphà e suo cugino, mi sono praticamente perso.  Affascinato da questo e da quello, ho seguito i colori prima, poi un gruppo di persone per sentirne i discorsi e ora mi ritrovo non so dove. Beh semplice. Mi volto di 180 gradi e ripercorro la strada a ritroso. Guardo l’ora e… non mi sembra vero sono già le 17.00. Finalmente arrivo in ostello e crollo sul letto. Quando apro gli occhi sono già passate le 10 da un pezzo, mi sembra di aver già visto questa scena, ma questa volta non si sente nessun rumore di passi e nemmeno di voci. Mi infilo le prime cose che ho in giro e mi butto sulla terrazza con una coperta. Saluto i ragazzi seduti sui cuscini e mi arrampico sul soppalco in legno. Sono sdraiato sui cuscini enormi, sento in lontananza il richiamo dell’oceano e le stelle che illuminano il cielo a giorno mi fanno chiedere se davvero ho voglia di rentrare. La risposta è troppo semplice e scontata. No, ovviamente. Ma questa è la mia promessa che tornerò, Marocco. Mancano ancora troppe cose da vedere, dalla maestosa Fes, allo splendore di Casablanca, dalle moltitudini di genti che abitano Tangeri, alle notti nel deserto. Chokran. Per avermi accolto. Chokran. Per aver mostrato il cuore. Chokran.

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Marocco. Giorno 4 – Essaouira

Saluto Aziz dopo la meravigliosa colazione che anche questa mattina mi ha preparato. “Chokran amico mio, se per caso passi per Milano, fatti sentire, i miei contatti li hai”. Quando esco in strada è tutto ancora buio, pochissime persone per i viottoli della medina, le botteghe e i negozi sono ancora tutti sprangati, non sono nemmeno le 5.30. Appena arrivo in piazza Jeema el Fna la situazione è un po’ diversa, taxisti e spazzini la occupano per intero, mentre alcuni cocchieri iniziano ad arrivare con le loro carrozze. Mi butto sul primo taxi, non senza prima aver contrattato il prezzo fino alla stazione dei bus, ormai mi è chiaro come funziona. Il panorama dai finestrini è mozzafiato. Una linea orizzontale di luce penetra dalle tenebre a est e fa da sfondo alla città ancora con lampioni e finestre accese. Scendo al piazzale e prendo il biglietto per Essaouira e, una volta al bar, mi accorgo di non avere sigarette. Per fortuna proprio qui fuori, il parcheggiatore (?) vende sigarette sfuse. Ne prendo tre per 20 dhiram e mi sistemo ad aspettare il bus. Arriva puntuale e in 10 minuti si carica una decina di persone e i relativi bagagli. Il sole non è ancora sorto, ma c’è già luce. Donne con il velo, giovani ragazze in jeans e un gruppetto di ragazzi sui vent’anni sono le persone in viaggio questa mattina, nessuno straniero, sono l’unico. Appena usciti dalla città il bus corre su una lingua asfaltata che separa in due un deserto di terra bruciata. 20160113_090137Attraversiamo piccoli gruppi di case, le strade al di fuori della principale che percorriamo sono sterrate, ogni tanto troviamo un pastore in cammino con le capre oltre la recinzione che delimita la carreggiata. Dopo circa un’ora abbondante di viaggio facciamo sosta in una paese che sembra essere fantasma. Si aggrappa letteralmente intorno alla strada principale, le vie laterali perpendicolari a questa finiscono nel nulla più assoluto, case in costruzione e altre vuote sembra aspettino una vita che riempia da un pezzo. Come mi è capitato in Nepal, la sosta è organizzata. Un piazzale all’entrata del paese proprio di fronte a due grossi bar che si spartiscono i clienti. Sicuro che la compagnia che organizza i viaggi avrà qualche tornaconto da questo, ma d’altronde si chiama economia. Quando ripartiamo il sole inizia a scaldare tutto. Controllando sulla guida capisco che abbiamo appena lasciato Chichaoua e lo capisco anche dal fatto che abbiamo incrociato anche un’altra grossa strada asfaltata che attraversa nord sud la piccola città. Più ci avviciniamo all’oceano, più la vegetazione ricompare. Quando il lontananza vediamo Essauoira, gli alberi e gli arbusti formano una fitta macchia di vegetazione verdissima e intricata. Scendo nella piazza di fronte alle mura che circondano la città, l’odore dell’aria di mare mi investe, il calore è già quasi diventato insopportabile, rido fra me e me pensando che è gennaio e che a Milano si muore di freddo. Chiedo un paio di informazioni e recupero una cartina della città, adoro le mappe, anche quando non mi servono. Entro nella medina e cammino per il souk, le mura sono dipinte di blu e bianco, anche qui come a Marrakech botteghe e negozi si ammassano l’uno sull’altro, nei viottoli che circondano Avenue de l’Istiqlal, la via principale della città vecchia. Sui muri di alcuni negozi e di alcuni bar campeggiano le foto e dipinti di Bob Marley o Jimi Hendrix. Dagli anni 70 si tiene un festival di musica Gnauoa (e delle musiche del mondo) al quale anche i due famosi artisti hanno partecipato. Si respira ancora un po’ di quell’atmosfera di libertà nel vedere i colori e le immagini che riportano a quegli anni, inserite in questo contesto assumono un fascino ancora più particolare. Dopo circa mezz’oretta trovo il mio ostello e butto le mie cose in camerata.  Come tutti gli ostelli per backpackers anche qui il clima anni 70 continua. All’entrata è una ragazza europea ad accogliermi, quando scendo un ragazzo marocchino mi indica l’ostello alla porta di fronte a quella del nostro e mi spiega in perfetto inglese che si possono utilizzare le terrazze di entrambi gli ostelli, mi saluta in italiano prima di andarsene. Voglio fare colazione, così mi metto in cammino. In sostanza mi perdo nel souk in meno di dieci minuti e mi ritrovo all’interno di una corte dove c’è un bar al piano superiore. Mentre faccio colazione con del pane tostato, miele e una marmellata dolcissima, un gatto mi si strofina sulla gambe, il sole mi costringe a mettermi in maglietta. Essaouira ha la capacità di rallentare le cose, i ritmi della vita, il passare delle ore. Vive di una lentezza e di una di una calma impressionante. Mi muovo verso il porto, chiedendo informazioni qua e là nei vari negozi. I commercianti sono molto più tranquilli e non sono così accaniti come a Marrakech, non sembra esserci questo sfrenato bisogno di venderti qualcosa, sono più aperti. Lo raggiungo è dopo aver attraversato una grossa piazza mi appare questo piccolo porto brulicante di umani e gabbiani che si combattono il pesce sistemato sulle bancarelle dai pescatori rientrati dalla pesca notturna. 20160113_122616 Le barche blu di legno si ammassano in un moto perpetuo, alternandosi per forma e grandezza, e il loro cigolio ripota indietro nel tempo. Il fiume di persone che va e che torna con un sacchetto carico di pesce passa indifferente difronte ai pescatori appartati ai lati del molo. Mi arrampico sul molo e da sopra osservo questa scena di vita quotidiana che sembra uscita da un vecchio film. Due giovani fumano una pipa per kif riparati in un angolo, intanto sul bordo della strada un pescatore contratta il prezzo con una signora che indica un grosso pesce senza la testa disteso su un telo per terra, due vecchi preparano caffè da una vecchia caffettiera araba tutta scrostata e i gabbiani zampettano intorno a me attenti a non lasciarsi sfuggire nemmeno un’occasione per recuperare qualcosa da mangiare. Respiro la vita e mi chiedo lungo quale strada abbiamo perso tanti di questi lati umani che qui vedo concentrati in poche centinaia di metri. Torno verso la città e cammino tra pesci di tutti i tipi, sul finire del molo altri pescatori ripiegano le reti e riempiono cassette di ghiaccio. Sembra di essere tornati indietro di anni. Appena fuori dal molo faccio amicizia con uno dei ragazzi che ti cercano di invitare a mangiare in uno dei ristoranti allestiti sulla piazza prima della città. Parliamo un po’ inglese, un po’ italiano. Mi racconta un po’ di lui e alla fine va che mi metto a pranzare con dell’ottimo pesce e birra mentre parliamo. La sua storia è legata alla città, l’oceano e agli orari che una vita sulle sue sponde comporta. Non è mai uscito dal Marocco, mi chiede dell’Italia, delle cose che vede in tv. Gli dico di non credere che ci sia qualcosa di meglio, là in Itaia. Sì forse girano più soldi, ma c’è anche molto meno tempo a disposizione e tranquillità. Pago il conto e gli lascio una piccola mancia, per quello che posso. Lo saluto, ma prima mi faccio spiegare come arrivare in spiaggia perchè ho intenzione di passare tutto il pomeriggio a dormire.

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