Via Francigena. Giorno 52 – da Telese Terme a Benevento

Questa mattina stranamente mi sono svegliato per primo, ma questo non significa nulla se poi mi dimentico le cose. Qui conta essere concentrati già di prima mattina, sapere cosa si è tolto dallo zaino la sera prima, per poi rimetterlo dentro secondo il proprio ordine al momento giusto.

Ci sono cose che poi ci portiamo con noi che in realtà hanno più significato che utilità. Spesso preparo tutto la sera, prima di andare a letto, ma questa mattina ho lasciato il bastone che ho fatto da me in Val d’Aosta. Praticamente se avessi perso un braccio era meglio. Ci sono teorie buddhiste che dicono di non attaccarsi alle cose materiali, Paolino spesso cerca di insegnarmele o almeno di spiegarmele, ma al mio bastone ci tengo, è con me da almeno qurantacinque giorni, come me lo posso dimenticare? Così abbiamo aspettato in un bar che arrivassero le 7.30 per poi tornare a citofonare al prete per poterlo recuperare. Solo così sono riuscito a mettermi in cammino. Non abbiamo capito nemmeno quanto la tappa di oggi fosse lunga, ma l’unica cosa sappiamo è che a Benevento c’è qualcuno che ci aspetta. Ieri sera abbiamo telefonato alla parrocchia Giuseppe Moscati e loro ci hanno assicurato di avere un posto adibito all’accoglienza dei pellegrini come noi. Paolino è da ieri che mi dice che forse farà una pausa di un giorno domani, proprio a Benevento perchè abbiamo la sicurezza di avere un posto “comodo”. Rispetto ogni sua scelta, certo che però i giorni che seguono sono forse i più duri di tutta la Via Francigena del Sud e, visto che gli piace la montagna, mi sarei aspettato che li avrebbe fatti con me, ma tant’è…non lo posso mica obbligare a camminare se non se la sente.

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In breve dopo essere partiti siamo arrivati al paesino di Santo Stefano, dove abbiamo comprato qualcosa da mangiare e poi a Paupisi, dove c’è la prima grande deviazione della giornata. Il tragitto odierno affianca per tutto il giorno una trafficatissima super strada che porta dritta dritta fino a Benevento. Per cui non ci possiamo sbagliare, la direzione della strada da prendere è chiara e ben segnalata, più dai cartelli stradali che dai segnali classici della Via del Sud. Anzi a dire la verità, dopo Alife, i segnali sono scomparsi, non so se qualcuno abbia staccato i mitici adesivi o coperto i segni a bomboletta, ma di indicazioni con il pesce non ce n’è più nemmeno una. Per fortuna siamo abituati a seguire la mappa e abbiamo imparato a leggere le strade, anche se devo ammettere la veità, qualche volta abbiamo quasi sbagliato strada. Anche questa mattina i sole non ci ha fatto vista nemmeno per una secondo. Il grigiore della statale è stato accompagnato dal grigiore del cielo che come una cappa di ghisa ci ha begnato la vista delle vallate circostanti. Siamo arrivati a Collepiano verso le 12.30 e, trovate due panchine in un complesso commerciale, ci siamo seduti per mangiare ciò che avevamo acquistato. Paolino ha passato la pausa più silenziosa da quando siamo partiti, la sua stanchezza inizia a mostrarsi per quella che è, forse è bene che domani faccia un giorno di stop, almeno recupera le forze, che da qui alla fine mancano ancora circa venti giorni o poco meno. Dopo il pranzo abbiamo calcolato che ci vogliono ancora almeno tre ore di cammino per riuscire ad arrivare in città e poi dobbiamo trovare il posto, che dalla descrizione sulla guida, non sembra proprio essere in centro.

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Seguimano una strada asfaltata che scende tra i vitigni, il sole inizia a federe le nuvole grigie e le armonie colorate delle curve dei colli prendono vita. Sembra la Toscana nei periodi più verdi, solo l’accento dei locali è diverso. Quando risaliamo e attraversiamo la superstrada i panorami cambiano, qui un bivio attire la nostra attenzione, a sinistra si va in Molise, ad Isernia, mentre a destra si prosegue verso Benevento. Il punto interrogativo però mi rimane, chissà che un giorno non ripassi di qui per svoltare però a sinistra. Ci manca l’ultima e più difficie parte di tutta la giornata, la lunga complanare fisicamente accanto alla super strada. Gli odori, i panorami e i rumori sono gli stessi che si possono avvertire camminando a lato di una delle tangenziali di una grossa città. Non è per nulla bello questo tratto, ma d’altra parte non si può pretendre di fare sempre e solo sentieri su cinquantadue giorni di cammino. Quando entriamo però a Beneveto, dopo due ore e mezza, ci viene subito dato il benvenuto da degli anziani fuori da un bar, che vedendoci con gli zaini e le mazze (i bastoni, qui li chiamano così) ci fermano per le solite domande di rito e ci offrono delle bottgliette di acqua. Proseguiamo il cammino per assare dal centro a visitare prima il Duomo e poi l’Arco di Traiano.

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Da qui parte la via Appia Traiana

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che ci guiderà fino a destino, prima su per gli appennini e poi diretti sulla costa per poi scendere fino a Leuca. Qui inizia fisicamente l’ultima parte delle strade consolari romane che ho seguito fin dal Nord, qui inizia la fine del nostro cammino sulla Via Francigena. Per arrivare all’accoglienza ci vogliono altri 40 minuti abbondanti. Quando finalmente arriviamo troviamo ad attenderci uno dei collaboratori di Giuseppe (il signore con il quale ci siamo accordati ieri sera) il quale ci mostra un appartamento nei pressi della chiesa completamente a nostra disposizione. Cucina, due bagni, la camera e un salone enorme tutto solo per noi. Il posto è nettamente più grande di casa mia. Purtroppo anche qui non c’è molta condivisione con i signori del luogo, ma forse siamo anche noi molto stanchi per aprirci come vorremmo nei loro confronti. Questa sera, dopo la doccia, cucineremo per la prima volta da quando siamo partiti da Roma. Tra noi regna comunque un gran silenzio, sembra che nessuno dei due voglia interrompere la ritualità dell’altro, quel magico monento a fine giornata in cui ognuno rimette insieme i pezzi della propria giornata. Mi spiace che domani Paolo abbia deciso di fermarsi, ma d’altronde io non me la sento di restare qui; domani ci sarà il primo giorno vero di Appennini, una lunga e faticosa salita tra i campi fino a Buonalbergo. Di sicuro la fatica quando si è in due viene come dimezzata, la si avverte meno. Ma quando si è da soli si ha la possibilità di cogliere più particolari, di prestare più attenzione alle piccole cose che ci sono attorno. Sono sicuro che in qualche modo mi rivedrò con Paolo a Troia, ma allora sarà già Puglia e sarò (personalmente) già in attesa febbricitante di giungere al mare altro piccolo traguardo di questo meravigliso cammino che è la Via Francigena.

Essere pronti non significa nulla se poi non si ha la capacità di accorgersi delle piccole cose.

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Stanco e un pochino pensieroso.

D.

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