Via Francigena. Giorno 46 – da Veroli a Strangolagalli

Oggi è stata una delle giornate di cammino sulla Via Francigena più strane ed imprevedibili che abbia mai passato, fatta più di incontri che di strada, più di pioggia che di sole, una di quelle giornate in cui non ci si può opporre e nella quale i segni sono stati così evidenti che non era possibile non riconoscerli.

Paolino ha acceso la luce di scatto poco dopo le 6.30, ovviamente era già quasi tardi secondo la nostra tabella di marcia, che prevede di inziare sempre verso le 6.30 a camminare, ma che da quando siamo partiti non siamo mai riusciti a rispettare una volta. Preparato lo zaino nel silenzio più assoluto, siamo usciti chiudendoci dietro la porta dell’oratorio, abbiamo lasciato la chiave nella cassetta delle lettere della casa del parroco e ci siamo diretti verso il primo bar aperto della piazza. Scambio le prime parole con il barista e quindi anche con Paolino, certe mattine iniziano lente come un pezzo dei Pink Floyd. Mentre gli racconto della processione di ieri sera, il barista ci serve la colazione e ci spiega come raggiungere porta Santa Croce, la porta dalla quale ieri siamo entrati e dalla quale oggi saremmo dovuti uscire.

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Veroli e i suoi vicoli, sono così stretti che, se uno non la conosce, ci si potrebbe perdere facilmente. Quando siamo partiti, come era prevedibile, abbiamo dovuto chiedere informazioni altre due volte, prima di riuscire a trovare l’uscita. Una volta finalmente usciti dal paese ritroviamo i segni e seguendoli arriviamo in breve a località La Vittoria, guadando la mappa sulla guida ci siamo subito però resi conto che per arrivare fino a Ceprano sarebbe stata una giornata lunga, visto che anche il tempo non è dei migliori, con le nuvole plumbee che ci stanno venendo incontro. Dopo aver superato un bivio la strada ha iniziato a salire, stiamo attraversando dei colli, che pur quanto bassi ci costringono a fare su e giù parecchie volte. Dopo un grande incrocio e dopo essere passati su un ponte sopra una super strada, ci siamo trovati a camminare accanto a degli orti, in una zona abitata fatta di ville e vilini in costruzione. Qui conosciamo il signor Franco, che ci invita a casa sua per prendere un caffè dicendoci questa frase che mi è rimasta impressa “Venite figlioli, noi possiamo condividere poco, ma quel che condividiamo è il bene, quel poco bene che abbiamo”. Abbiamo accettato, in quanto eravamo già alla ricerca di un bar per fare la seconda colazione. In casa sua ci presenta sua moglie, la signora Santina, che con grande dolcezza ci prepara un caffè e ci dà dei biscotti, abbandonando ogni tipo lavoro domestico al quale stava badando. Dopo meno di un minuto che ci siamo seduti, fuori il tempo ha ceduto ed è iniziato un violento temporale, forse il più violento che fino ad adesso ho incontrato sulla Via, da quarantasei giorni a oggi. Mentre beviamo il caffè il signor Franco si apre molto e dopo averci fatto le domande classiche di rito ed essere rimasto colpito dalle nostre risposte, ci racconta delle difficoltà affrontate in passato e di cosa significa vivevere da queste parti oggi. Purtroppo manca il lavoro e per la gente di qui è molto comune farsi due o più ore di auto per andare fino a Roma e dintorni per riuscire a guadagnare i soldi per vivere. La chiesa in questi territori ha sempre avuto un grosso impatto nella vita di tutti i giorni e, anche se si fa fatica crederlo, questo non è sempre stato positivo. Ci ha spiegato che dopo la prima guerra mondiale veniva ancora praticato il latifondismo e spesso ciò che veniva raccolto doveva essere diviso in tre parti, una per chi lavorava la terra, una per il padrone e una che finiva nelle mani dei monaci delle abbazie.

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“Mai raccomandarsi ad un uomo, ragazzi, nemmeno se esso è di chiesa. L’unico a cui ci si deve raccomandare è Dio”. Poi ci ha condito la storia con i fatti accaduti prima e dopo la seconda guerra mondiale, da cui queste zone sono rimaste gravemente colpite. Passata più di un’ora, abbiamo ringraziato e ci siamo rimessi in cammino. Paolo si è fatto accompagnare un poco più avanti in macchina, dato che il signor Franco doveva uscire per andare dal meccanico, mentre io, indossati mantella e pantaloni impermeabili, mi sono incamminato verso l’abbazia di Casamari. Le nuvole basse intorno a me impediscono alla vista di arrivare oltre un centinaio di metri e, avendo la guida nello zaino per evitare che si bagni, mi sono affidato totalmente al mio istinto e ai segni che di tanto in tanto trovo sulla strada. A Casamari, sotto le porte dell’abbazia, ho ritrovato Paolo.

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L’immensa struttura del dodicesimo secolo si erge sulle campagne circostanti, attirando molti turisti un po’ da ovunque. Abbiamo aspettato sotto le sue volte che la pioggia smettesse finalmente di cadere per camminare più tranquilli, ma questo ci ha portato ad aver camminato in quattro ore quello che normalmente facciamo in due. L’incontro con il signor Franco è stato provvidenziale, ma siamo notevolmente in ritardo. Dopo altre due ore di cammino ci siamo ritrovati al bar Ara dei Santi per lasciare giù un po’ gli zaini e per bere un altro caffè. Quando uno dei clienti ha saputo che arriviamo da così lontano e qual’è la nostra destinazione finale ci ha voluto offrire il caffè. Qui abbiamo parlato con Luigi, forse il primo, tra tutte le persone incrociate, che sa veramente qualcosa sulla Via del Sud. Conosce i simboli, conosce addirittura i punti numerati segnati sulla mappa, quando scopriamo queste cose, ci rendiamo subito conto di aver davanti qualcuno che comprende ciò che stiamo facendo e tutto ciò che ne concerne. Per la prima volta abbiamo sentito parlare di Enzo e del punto 113. Ci rimettiamo in marcia e il sole si fa vedere, pallido e bianco, nascosto tra le nubi.

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Ad un certo punto troviamo un cartello abbastanza vistoso sul quale c’è indicato punto “ristoro gratuito – 113 positivamente”. Non può che essere il punto di cui ci ha parlato Luigi poco prima.

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Paolino prova a chiamare il numero indicato e ci risponde Enzo, un poliziotto che da qualche anno offre ai pellegrini riparo e qualcosa da bere, esattamente al punto 113 della mappa della guida della Terre di Mezzo. Quando giungiamo al suddetto punto, veniamo accolti come capita di esserlo cul cammino di Santiago, sagome di ferro come sull’Alto del Perdón adornano la strada e numerosi sono i segni che identificano che qui ci vive un pellegrino, dalla conchiglia a dei dipinti che ritraggono pellegrini in cammino e altri soggetti. Enzo ci fa accomodare e fa preparare alla moglie un caffè, ci chiede di raccontare lui la nostra esperienza e intanto ci mostra fieramente tutti i sui cimeli. Nel frattempo si rimette a piovere, cosicché Enzo ci dice di aver disposizione due letti e di poterci ospitare per la notte. La decisione è abbastaza difficile, perchè a conti fatti, questo cambia i nostri piani di viaggio, facendoci perdere un giorno di cammino, ma permettendoci allo stesso tempo di spezzare la tappa di domani fino a Cassino, che sarebbe di molto lunga, nel caso decidessimo arrivare fino a Ceprano. Sono molto combattuto. Il posto è accogliente e Enzo e la sua famiglia sono splendidi. Paolino vuole chiaramente restare, ma io ho voglia di andare avanti, anche perchè questo vuol dire un giorno in più di cammino. Alla fine lascio che il tempo decida per noi e così ci fermiamo. Inizialmnte la cosa un po mi turba, però poi mi lascio andare. Facciamo la doccia, laviamo i panni e ci sistemiamo per la notte in una depandance dove Enzo ha sistemato due letti. Ceniamo con tutta la famiglia e poi vista la pioggia insistente ci infiliamo subito nei letti. Spesso tutto ciò che programmiamo non va come pensiamo, spesso i bisogna dare la possibilità alla vita di accadere per lasciare che ci sorprenda. Avere occhi nuovi significa anche questo, saper prendere la decisone che inizialmente va contro quello che riteniamo più corretto per noi stessi. La bellezza di viaggiare a piedi sta proprio nel fatto di poter cambiare i programmi all’ultimo ed è seguendo questo ragionamento che ho agito oggi.

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Come ci diciamo sempre con Paolino, dopotutto i programmi si fanno per poi e essere cambiati.

Un po’ umido e malinconico.

D.

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