Via Francigena. Giorno 43 – da Marino ad Artena

Oggi è stata una di quelle giornate lunghe e calde, come non capitava da giorni. La Via ci ha portato per boschi, su strade statali molto affollate (per nostra scelta) e alla fine ci ha concesso nuove conoscenze che promettono altri incontri nel futuro. Ma partiamo dall’inizio.

Abbiamo lasciato l’oratorio nel quale abbiamo dormito verso le 7.00 e subito ci siamo infilati in un bar per fare colazione. Intorno a noi operai e impiegati, ma nessun pellegrino. Questa cosa di non trovare persone lungo il cammino che, come noi, camminano un po’ di amaro lo lascia, anche se era una cosa scontata ancora prima di partire. Nei vari posti che attraversiamo la gente del luogo ci dice di veder passare i pellegrini, ma mi sa che non hanno presente di quanti ne vedano a Lucca o Siena, tipiche tappe di partenza per chi va verso Roma. Ci incamminiamo e immediatamente sbagliamo strada prendendo la via princiale che esce da Marino, anziché la parallela meno trafficata. Poco male, perché tanto arriviamo comunque alla rotonda indicata sulla guida e perché camminiamo sempre sul marciapiede. Arriviamo a Grottaferrata e iniziamo una lieve salita che ci porta infine a camminare nel bosco. Il sentiero in mezzo agli alberi e l’umidità ci regalano uno dei primi attimi di godimento naturale di queste parte della Via. L’odore resinoso di sottobosco,

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il profumo che sale dopo la pioggia di ieri, ci accompagna per circa un’ora abbondante finchè non sbuchiamo su una strada secondaria dietro a delle ville. Incontriamo un uomo che taglia le siepi e chiediamo a lui dove sia un bar in quanto vogliamo già fare la seconda colazione e lasiar giù un pochino gli zaini. Ci indica la strada, ma questo significa anche tornare indietro un pezzo ed uscire dal percorso segnalato dalla guida e dai piccoli segnali dipinti a forma di pesce che ci stanno guidando

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da stamattina. Decidiamo di fare la deviazione, in fondo meglio un caffè adesso che niente dopo. Al bar Paolino si immerge nella lettura dei quotidiani mentre io parlo con la proprietaria. Prima di ripartire insieme decidiamo di fare un pezzetto di Tuscolana, per ricongiungerci più avanti con il percorso segnalato, proprio quando rientra nel bosco. Quando rientriamo sul tratto segnalato, non è così facile trovare i segnali, ma ci sono e questo ci rincuora. Mappe alla mano troviamo finalmente il “nostro” sentiero e alternandoci alla guida, riusciamo ad arrivare a Macere. La pace che danno i sentieri non è paragonabile a nulla al mondo.

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Penso spesso a chi c’è a casa, quanto vorrei che fossero con me, eppure anche se fisicamente non ci sono, sento la loro presenza accanto. Quando arriviamo a Macere ci fermiamo in un bar per bere qualcosa. Anche qui le domande che ci vengono fatte sono le più svariate. Perchè, per come, ma siete matti, e chi ve lo fa fare sono tra le più frequenti. Con calma filosofica rispondo a tutte le domande, quando ad un tratto Paolino mi dice di essere veramente stanco e, visto che mancano solo pochi km per arrivare ad Artena, mi confessa di voler prendere un bus per evitare di sforzare troppo il suo fisico non ancora abituato ai miei ritmi e a quelli del cammino. Lo posso capire, anche per me la prima settimana in Val d’Aosta era stata molto dura. Così mi incammino da solo verso la nostra destinazione odierna.

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Come ieri, anche oggi, non sappiamo dove andare a dormire, o meglio abbiamo qualche indicazione dataci dalle persone che abbiamo incontrato prima al bar, così mi dirigo verso il convento francescano segnato sulla guida per chiedere se ci possono dare ospitalità, nel frattempo che aspetto da Paolino. In pco più di un’ora sono lì. Incontro Don Salvatore, un frate anziano vestito di una camicia sgualcita, che con molto disponibilità mi accoglie e poco dopo arriva anche Paolo. Ci apre una stanza con due materassi ancora impacchettati nella plastica da appoggiare a terra, un bagno dove non c’è l’acqua calda, noi ringraziamo e ci sistemiamo per la notte. La facilità con cui stiamo ricevendo accoglinza mi lascia supito, se devo ammettere la verità pensavo che avremmo avuto maggiori difficoltà, invece come tutte le volte che denro di me risiede una paura, mi viene smentita. La stanza è polverosa e piena di vecchi libri. Mentre Paolino li scorre ad uno ad uno, mi dice che in centro paese gli hanno dato il numero di Don Daniele, il parroco che sta giù in centro paese e che, comunque, lui vuole provare a sentire. Mentre mi districo tra doccia e lavanderia, riesce ad accordarsi con il prete per andare a cena da lui questa sera. Nel pomeriggio poi viene un forte temporale e noi non possiamo far altro che aspettare, prima di andare a fare un giro per il paese. Così dopo un paio di birre al bar e dopo aver comprato della frutta per domani e una bottiglia di vino rosso sfuso (questa è la zona dei castelli e il vino è davvero buono) da portare andiamo verso la casa parrocchiale. Don Daniele arriva proprio in quel momento dal super mercato insieme ad Adam, un ragazzo seminarista ungherese che sta ospitando. Di primo impatto rimango colpito dalla età del prete che non avrà nemmeno 40 anni, poi è al telefono e sta cercando di spiegare a non so chi che purtroppo tutte le sale della porrocchia in settimana sono occupate da moltissime attività, intanto che ci fa entrare in casa. Quando mette giù si presenta, ci fa accomodare e inizia a cucinare. Lo osservo con curiosità, ha una forte energia che trasuda dalle sue parole. Mentre mangiamo arriva prima un gruppo di ragazzi giovani che occupa il salone della casa parrocchiale per provare un piccolo spettacolo teatrale, poi arrivano tre ragazzi, Silvia, Benedetta e Giacomo che lo accomagneranno in Africa nelle prossime tre settimane. Questa casa è un porto di mare penso. Lui apre la porta a chiunque, non si tira mai indietro, ci racconta quello che fa per questa comunità e mi sembra che per fare tutto ci vorrebbero tre persone, ospita pellegrini, gestisce una casa di accoglienza per persona in difficoltà che vanno da ragazzi africani che studiano, poveri e poi c’è il progetto in Etiopia, ma allo stesso tempo riesce anche a dare attenzione all’attività pastorale. Sono colpito da quest’uomo. Lo seppellisco letteralmente di domande alle quali lui non nega mai una risposta umile.

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La migliore che mi sento dire è che nonstante l’abito lui rimane sempre un uomo, con tutti i difetti e le paure che un essere umano può avere. Son sbigottito e ho le lacrime agli occhi, incontrare una persona così è come prendere un pugno dritto allo stomaco, un pugno di energia e buoni sentimenti. Penso che la chiesa moderna avrebbe molto bisogno di gente come lui. Ci sa fare con i giovani, con i meno giovani e gli anziani. Tutti apprezzano il suo lavoro e la sua persona davvero intraprendente. Quando ci congediamo lo abbraccio forte e gli chiedo un contatto perchè mi farebbe piacere sentirlo anche il futuro. Come molti altri lungo la Via Francigena, lui è uno che “fa” La Via del Sud, una di quelle persone che con il passare del tempo diventerà un cardine, di quelli che non si possono non conoscere. Torniamo verso il convento che mi sembra di esere andato a trovare un amico anziché essere stato ospite a cena da un prete. Non posso far atro che ringraziare, pensare che in fondo se sono in cammino è soprattutto per questi momenti.

Con il sorriso in volto, che è la chiave di tutte le porte.

D.

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